Il colosso multiservizi tedesco Rwe è nato dall'accorpamento di ex municipalizzate. Ora fattura 44 miliardi, per metà all'estero. Può l'Italia, che ha centinaia di ex municipalizzate concentrate su minuscoli monopoli locali, aspirare a qualcosa di simile? In teoria, sì. E sarebbe bene? Sempre in teoria, sì: verrebbe diboscata la giungla delle poltrone e scatterebbero larghe economie di scala. Due o tre raggruppamenti, inoltre, avrebbero la taglia per fare concorrenza a Enel ed Eni, e potrebbero guardare oltre i confini con maggior forza di quanto non possa fare oggi l'Aem di Milano quando corteggia la svizzera Atel. Sarebbe infine più facile rilanciare gli investimenti in infrastrutture, delle quali l'Italia è carente, magari con l'appoggio finanziario della Cassa Depositi e Prestiti. In effetti, la concentrazione è in corso, ma lenta e incerta. Accelerare sarebbe possibile e conveniente. Lo dimostra il paragone con il benchmark Rwe. Secondo un'indagine di Confservizi, le prime 650 ex municipalizzate italiane fatturano 20,5 miliardi con 160 mila dipendenti. Il colosso tedesco ha ricavi più che doppi con 127 mila addetti. Naturalmente, il perimetro di attività non è lo stesso e questo giustifica alcune differenze, ma resta difficile negare che una razionalizzazione non avrebbe benefici effetti sui conti delle ex municipalizzate, e anche, indirettamente, su quelli dello Stato. Del resto, il rapporto rivela che sono soprattutto le piccole a guadagnare poco o, addirittura, a perdere, mentre le maggiori, anche perché focalizzate su attività più remunerative come l'energia, vanno assai meglio. Vi è dunque un vantaggio a concentrarsi. Le 9 ex municipalizzate quotate in Borsa hanno già un'efficienza industriale analoga a quella di Rwe. Il loro risultato operativo aggregato è pari al 12,6% dei ricavi proprio come quello del punto di riferimento tedesco. Ma il loro fatturato aggregato supera a stento i 7 miliardi. Queste ex municipalizzate, tuttavia, guadagnano di più: 8,5 euro dopo le imposte per ogni cento fatturati, contro i 2,1 di Rwe. Avendo molto investito, il gruppo tedesco ha un debito finanziario importante, pari a 2,5 volte il patrimonio, e perciò paga cospicui interessi passivi. Rwe scrive inoltre nei suoi conti pesanti ammortamenti degli avviamenti che gravano sulle acquisizioni in Germania e, soprattutto, fuori. Le italiane, invece, hanno un debito assai inferiore, pari a poco più della metà dei mezzi propri, e certo non hanno troppe acquisizioni da ammortizzare. Sono più snelle, e come tali godono di un maggior apprezzamento in Borsa. Rwe capitalizza 20,2 miliardi, la somma delle 9 italiane maggiori fa 8,4 miliardi. Rwe capitalizza 4,7 volte i profitti, le nostre 7,1 volte. Rwe, però, è un'influente multinazionale. Le 9 italiane sono solo ricche potenze provinciali. Chi si troverà meglio di qui a 10 anni? La scelta passa tra la crescita graduale, fatta assorbendo le ex municipalizzate vicine (l'Asm di Brescia tratta con Bergamo, l'Aem di Torino fa lo stesso con l'Amga di Genova) o integrando i propri impianti (la Hera di Bologna prende lo smaltimento dei rifiuti dell'Eni a Ravenna), e la crescita di grande respiro (le banche d'affari propongono fusioni tra le big). La Borsa, ragionando a breve, privilegia l'immobilismo. Moody's teme la crescita del debito. I maggiori azionisti, invece, proprio per la loro radice politica, dovrebbero ragionare sul lungo termine, superando il campanilismo. E sul lungo termine sono i colossi che vincono: sono Rwe o l'Eni che trattano con Gazprom da posizioni di forza, ed è da questi contratti per le fonti energetiche che dipendono i bilanci del domani più che dalla tenuta dei monopoli locali.

Con la consulenza tecnica di Miraquota
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>