"Le Dolomiti sono una delle cose più belle del creato". Così scrisse Dino Buzzati, in uno slancio di amore per le sue montagne. Dalla cresta di Belluno, aggiungeva, "spunta, graziosamente, la Gusela del Vescovà o ago del Vescovo, cioè una bellissima e arditissima guglia, monolito di quaranta metri". Che sia ago di una bussola spirituale, obelisco, dito indice puntato verso il cielo, enorme fallo in perenne tensione, residuo di un molare millenario, quella guglia è ancora lì, mentre tutto intorno crollano massi e rocce sollevando nuvoloni e rombi per ridursi a un misto di macerie, ghiaia e briciole sul fondovalle. Sono spariti persino gli gnomi che per secoli "garantirono alle crode la solitudine e la quiete", come raccontò lo stesso Buzzati in un elzeviro; ma la Gusela è ancora lì, altera e consapevole della propria fragilità. Oggetto di discussione e di studi realizzati da occhiuti scienziati del sasso che auscultano il suo cuore, tastano i suoi muscoli, saggiano la sua tenuta, osservano la lenta apertura di falle e fessure. Torre di Pisa naturale ritagliata nell'azzurro mutevole del cielo sopra Belluno, alcuni geologi vorrebbero preservarla dalle intemperie dei millenni, forse persino ingabbiarla o rinforzarla alla base, operare iniezioni o sapienti interventi di microchirurgia, lifting metallici perché quell'escrescenza rocciosa cara allo scrittore non faccia la fine di tante sue sorelle, non ultima la Torre Trephor, venuta giù una notte dello scorso giugno, sorella a sua volta delle Cinque Torri (che in realtà sono molto più di cinque) situate attorno a Cortina. Simbolo della città, angelo custode dei bellunesi, affettuoso monito non si sa bene di che cosa, una specie di Corcovado in versione provinciale, senza folle di turisti né cremagliere, la Gusela del Vescovà compare in diversi disegnini a penna che lo scrittore, "a scopo mnemonico", allegava alle lettere inviate per oltre trent'anni (1919-1951) all'amico Arturo Brambilla e pullulanti di toponimi familiari, dalla Civetta alla Croda Marcora, dalla Torre dei Sabbioni allo Schiara, "le montagne piene di umida nebbia e di pioggia". Lo scrittore Buzzati non indugiava a fantasticare sulle sue valli e sui suoi boschi. Basta pensare al romanzo d'esordio Bàrnabo delle montagne, dove il paesaggio dolomitico è sospeso come un'attesa interminabile. Ma se nel Segreto del Bosco Vecchio (1935) la selva è "incantata foresta d'infanzia" e la montagna è favolosa e arcaica, il giornalista sapeva bene che "i singoli valori delle cime sono decaduti" e che la lotta contro il tempo era fatalmente perduta. Al che si aggiungeva la consapevolezza che "gli uomini sono oramai i padroni": "Unica arma (delle Dolomiti) la verticalità delle rupi", scriveva. Ora, c'è da chiedersi se gli farebbe piacere sapere che gli uomini vorrebbero correre in soccorso della Gusela proprio in suo nome, in nome dell'alpinista più celebre. Forse sì. Ma forse ripenserebbe alle ultime parole che inviò all'amico Artueris dopo un'intensa estate di salite e discese: "Purtroppo sono invecchiato irrimediabilmente. Il mio potere sul tempo è svanito". Ricorderebbe una domanda in cui rifletteva il proprio stato d'animo sul paesaggio amato: "Che senso hanno in fin dei conti le montagne? Sono sempre rimaste fuori di noi, non sono state mai nostre, non rispondono al bene che vogliamo loro. Ho paura che siano anch'esse un'illusione". Forse penserebbe che come gli uomini, anche le rocce hanno il sacrosanto diritto di invecchiare e finalmente di crollare quando non ce la fanno più. E se gli uomini vogliono illudersi di sopravvivere a se stessi con la microchirurgia e le iniezioni di silicone, padroni. Ma almeno, dopo aver tentato di distruggere tutto il possibile, lascino crepare in pace le montagne stanche, lascino rotolare le pietre che hanno voglia di muoversi. Anche per loro arriva, prima o poi, il tempo della fine, che non va certo accelerato ma neanche reso immortale a beneficio della nostra memoria capricciosa e del nostro desiderio di simboli. Che siano il Monte Ventoso di Petrarca, il passo di Tenda percorso da Jacopo Ortis, gli "intatti abeti" dell'Adelchi, i "monti sorgenti dall'acque". Quando un giorno si esaurirà "il rumore del vento sulle altissime creste" che sentiamo soffiare nel Deserto dei Tartari, cosa faremo? Installeremo invisibili macchine acustiche capaci di evocare quelle magnifiche parole?
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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