Gli Stati Uniti per principio non aderiscono a nessun trattato internazionale. Eventualmente violano quelli esistenti. Niente trattato di Kyoto, niente Tribunale Penale Internazionale. Quando fa loro comodo se ne costituiscono uno a loro uso e consumo manovrando l’Onu che è loro inquilino. E quando l’inquilino si risente, come è successo per l’invasione dell’Iraq, lo scavalcano e lo sbeffeggiano, sbeffeggiando così tutta la comunità internazionale. Per bombardare popolazioni inermi, per massacrare, per distruggere (e poi ricostruire con lauti guadagni) gli basta una fialetta che pare una provetta per le analisi delle urine agitate sotto il naso del Consiglio di Sicurezza da un tipo dal passato oscuro come Colin Powell. Ora un pianificatore di torture di massa, che il suo esercito ha poi messo in atto, come Donald Rumsfeld (le stesse torture che aveva organizzato in Guatemala e nel Cile di Pinochet) ora lascia scivolare ai media la splendida notizia che i soldati polacchi della coalizione avrebbero trovato in Iraq tracce di armi di distruzione di massa. Forse la fialetta delle analisi delle urine di Colin Powell?
La tragica farsa continua. Il circo sanguinoso è in piena attività e tutti ne siamo spettatori. C’è stato un momento, in questa mostruosa "deregulation" dei princìpi di convivenza mondiale seguita al crollo del Muro di Berlino che faceva da calmiere (sono cinico ma è la verità), all’inizio della cosiddetta "fine della storia" come l’ha definito un agente della Cia che nel tempo libero insegna economia in un’università americana, c’è stato un momento, dicevo, in cui alcuni di noi si aggrapparono a una residua speranza e vi riposero fiducia: il diritto penale internazionale che prendeva corpo in due tribunali, quello per i crimini nella ex Jugoslavia e quello internazionale costituito a Roma e non ancora operante. Ma tale fiducia, ultima Tule degli ottimisti superstiti, rischia di venire strangolata dalle gravi violazioni che l’amministrazione Bush, del tutto impune, sta compiendo a suo piacimento.
Ben venga l’estradizione di Karadisch, e ben venga la condanna di Milosevic. Purtroppo non saranno sufficienti a riequilibrare l’idea di giustizia di un mondo stuprato dall’amministrazione Bush, dai suoi metodi assassini di rispondere al terrorismo, da torturatori e criminali di guerra ora vincitori di un dittatore che si sono allevati accuratamente, del quale sono stati alleati e al quale hanno fornito tutto il gas necessario per sterminare i Curdi. Quel gas era prodotto da una filiale della società petrolifera del signor Bush senior. È bene non dimenticarlo.
So perfettamente che i tribunali penali internazionali non possono processare Bush, Rumsfeld, Cheney, violatori flagranti di diritto delle genti, perché questi tribunali non ne hanno facoltà. Ma i giudici internazionali esistono indipendentemente dal funzionamento dei loro tribunali. Dove sono costoro? Stanno forse aspettando che gli Stati Uniti, per essere processati come qualsiasi altro Paese del mondo appongano la loro benevola firma ad un trattato che non firmeranno mai, per il semplice motivo che il monarca non firma una legge che consente ai propri sudditi di processarlo?
A questi giudici internazionali mi rivolgo. Signori giudici internazionali, non è l’impossibile che vi chiedo, vi chiedo il possibile. Vi chiedo un processo simbolico. Un processo che non può essere operativo, che non può avere conseguenze penali. Ma che, se istruito, costituirebbe per la comunità internazionale l’esempio di un’importantissima condanna morale. Ve lo ricordate un signore che si chiamava Bertrand Russell? Fate come lui, altrimenti rischiate di farvi scavalcare da un film di Micheal Moore: costituite un tribunale simbolico e istruite un processo a Bush e ai suoi aguzzini. In maniera del tutto esemplare. Sarà un processo puramente platonico, e pure fatto con tutti i requisiti che un vero processo richiede: i mandanti, cioè le motivazioni Usa dell’invasione dell’Iraq, le città bombardate, i civili morti, i saccheggi, le torture. Con numeri, testimoni e documenti, che certo non vi mancheranno. Gli imputati non saranno presenti. Non importa. Sono contumaci e tali resteranno allegramente, per il semplice motivo che hanno arsenali pieni di bombe al neutrone, e che a tali arsenali del vostro diritto internazionale se ne frega, scusate la parola. Ma voi dareste un grande esempio al mondo. Voi in questo modo, offrirete all’umanità un giudizio morale, e accenderete la speranza che alcuni valori siano ancora difendibili. In caso contrario tutto marcerà inevitabilmente verso il Nulla. Un nichilismo assoluto che ci assedia e che sta trovando sempre più spazio, soprattutto dall’altra parte del mondo, fra tutti quegli esclusi che pensano che se non solo non c’è giustizia, ma neppure l’idea di giustizia, è logico che ciascuno faccia giustizia da sé.
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

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