La Gasparri dice che il Ministero dell'Economia, oggi retto dal padrone di Mediaset per un periodo non determinato, dovrà uscire dalla Rai. Ma non precisando i tempi, lascia supporre un regime transitorio con lo Stato comunque azionista di riferimento. In tale nebuloso contesto, i 9 consiglieri di amministrazione della Rai vengono eletti dall'assemblea mediante voto di lista, ma, fino a quando non verrà ceduto almeno il 10% del capitale, 7 saranno designati dalla Commissione parlamentare di vigilanza e 2 dal ministero, e cioè da Berlusconi. Ciò vuol dire che, nel caso di un'offerta di titoli inferiore al 10%, i privati non avrebbero alcuna rappresentanza al vertice. Nel caso di un'offerta più ampia, il ministero farà comunque eleggere un numero di consiglieri proporzionale alle azioni possedute sulla base delle indicazioni dei 40 membri della Commissione parlamentare che possono votare un nome solo ciascuno. In ogni caso, il presidente della Rai dovrà avere il placet della Commissione parlamentare. In buona sostanza, l'influenza della classe politica - e della maggioranza in particolare - viene confermata sine die. Rimane perfettamente in piedi la struttura proprietaria e di governo che giustifica la lottizzazione degli incarichi. Elargendo spazi di intervento politico e un certo numero di posizioni professionali su segnalazione dei leader o dei loro collaboratori, la Rai si conferma il principale sistema di finanziamento dei partiti dopo Tangentopoli. Talché ogni tentativo di razionalizzazione o di riduzione dei costi susciterà sempre, com'è stato finora, il legittimo sospetto che, in realtà, si tratti di un'astuzia per togliere risorse alle cordate perdenti. Non è questo un ostacolo che precluda ogni rapporto con il mondo della finanza, uso a lavorare secondo realpolitik. Certo, un segno lo lascia: la Rai potrà sempre emettere obbligazioni, ma come potrà convincere il fondo delle vedove scozzesi che le sue azioni sono buone? Se gli analisti finanziari si preoccupano delle possibili interferenze del governo su una società come l'Eni di Mincato, che cosa mai potranno pensare della Rai lottizzata e quale discount potranno esigere? La Gasparri non dice se la Rai, una volta distribuita una quota del capitale ai privati, debba anche essere, come parrebbe logico, quotata in Borsa. D'altra parte, l'assoluta e voluta incertezza del quadro concessorio sconsiglierebbe di sottoporla all'esame di mercati finanziari regolamentati. Per un tempo indefinito, dunque, il controllo della società non potrà mai essere messo in gioco con i conseguenti effetti depressivi sul valore del titolo. Resta il fatto che, quando pure quotata non fosse, una Rai con nuovi soci dovrebbe pur sempre darsi l'obiettivo del guadagno. Ma il guadagno - quello vero, modello Mediaset - per questa Rai è una chimera. La cartina di tornasole è nella vexata qaestio del servizio pubblico. Se un marziano atterrasse a Roma nel 2005 e fosse nominato a capo della Rai, andrebbe certo a scartabellare nell'archivio di viale Mazzini per informarsi. E non farebbe fatica a scoprire che nel 1999 la direzione generale, in un documento fatto proprio dal governo e inviato al commissario europeo Mario Monti, aveva giustificato buona parte di questa specie di tassa come compensazione del minor affollamento pubblicitario della tv pubblica rispetto a quello concesso a Mediaset. Per la prima e unica volta, la Rai aveva fatto addirittura il conto del lucro cessante: 1.200 miliardi di lire (619 milioni di euro). Il marziano, allora, si stupirebbe molto nel leggere la legge Gasparri laddove, articolo 18, comma 4, recita: "È fatto divieto alla società concessionaria della fornitura del servizio pubblico di utilizzare, direttamente o indirettamente, i ricavi derivanti dal canone per finanziare attività non inerenti al servizio pubblico generale radiotelevisivo". Ai suoi occhi di marziano, quella strana cosa che è la Gasparri fa saltare il vecchio do ut des tra Rai e Mediaset. E tanto gli basterebbe per chiedersi perché mai la tv pubblica in via di privatizzazione debba poter offrire agli inserzionisti meno spot della concorrenza, quando il canone paga soltanto - lo certifica la contabilità separata richiesta dalla legge - il puro e semplice servizio pubblico. Per tutte le altre trasmissioni, il marziano vorrebbe aver diritto agli stessi affollamenti di Mediaset per competere ad armi pari, magari per sfondare all'estero. E cercherebbe di mettersi nelle migliori condizioni per far valere il suo buon diritto. Sospettando che sia impossibile dare il rendiconto di un canone che in parte finanzia ciò che si fa (il servizio pubblico) e in parte ciò che non si fa (la quota della raccolta degli spot lasciata a Mediaset), il marziano concentrerebbe tutto quanto non è commerciale in un'unica società, con una rete radio e una tv, così da evitare, in radice, ogni discussione. E poi si rivolgerebbe all'Autorità delle Comunicazioni e all'Antitrust: "Vengano aumentati gli spazi per gli spot per la parte di Rai che non è servizio pubblico", reclamerebbe, "oppure si riduca l'affollamento di Mediaset". Diversamente, il capo venuto da Marte denuncerebbe il Biscione alla Commissione europea per la concorrenza per aiuti di Stato. Ma il marziano atterra a Roma solo nella fantasia di Flaiano. E in ogni caso si sentirebbe sussurrare all'orecchio che tutto in Rai è servizio pubblico: anche l'Isola dei famosi. Un servizio pubblico così importante per la democrazia, il pluralismo e la cultura (l'1,8% del servizio pubblico diurno, secondo lo Studio Frasi) che il canone non basta nemmeno a pagarlo tutto, e ci vuole anche un po' di pubblicità. È già capitato a Pierluigi Celli che venne invitato a lasciar perdere quando da direttore generale cercò, quale primo timido passo, di spaccare Radio Rai in due società, di cui una finanziata solo dal canone. E c'era il governo D'Alema. Adesso, chi può credere che il Berlusconi azionista della Rai, per mettere la Rai in grado di creare maggior valore per i suoi nuovi soci, insidi davanti alle Autorità di garanzia il primato del Berlusconi targato Mediaset?
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>