Diego Rugeri, detto "'u russu", è un uomo di trent'anni abbastanza navigato. Nato a Barinas, in Venezuela, si è fatto le ossa a Castellammare del Golfo, praticamente nella terra dov'è nata la mafia e dove, grazie ad un'attenta "politica matrimoniale", Cosa nostra si è espansa fino agli Stati Uniti. Certo, "'u russu" non è certamente paragonabile al vecchio, mitico padrino Joe Bonanno, detto Bananas, che ogni volta che arrivava a Castellammare lo andavano a prendere con la banda del paese. E, a sentirlo parlare - "’u russu" - appare lontano dall'abilità lessicale dei capi di un tempo, capaci di andare per ore senza mai lasciarsi scappare una parola che non fosse il generico riferimento alla "nostra tradizione". Insomma non sarà un genietto, Diego Rugeri, ma sempre è un freddo esecutore posto a capo della macchina adibita a far funzionare al meglio l'industria del racket in una zona certamente non facile. Eppure sembra ancora più piccolo quando parla con "Antonè", la moglie di Francesco Domingo, classe 1956, attuale reggente della famiglia mafiosa di Castellammare. Si chiama Antonella Maria Di Graziano ed ha 45 anni ben portati. A sentirla parlare con il "caporeparto" Rugeri, l'uomo che il boss ha investito dell'autorità necessaria per chiedere soldi praticamente a tutti e - soprattutto - di "provvedere" nel caso vi fossero dei matti recalcitranti, a sentirla impartire ordini e consigli, si intuisce che "Antonè" ha imparato il mestiere del marito. E l'ha imparato anche bene, a giudicare dal linguaggio perfetto, fino a qualche tempo fa inimmaginabile in bocca ad una signora. Ma, d'altra parte, è fenomeno recentissimo il coinvolgimento "diretto" delle donne negli "affari di famiglia". Così accade che un boss va in carcere e affida il suo comando alla moglie che si trasforma. È impressionante la disinvoltura nell'uso del "baccaglio" mafioso: lei non dice gli amici, dice i "cristiani", non fa nomi e per indicare Ignazio Melodia "'u dutturi" (capo della "famiglia" di Alcamo) usa il termine "l'alcamisi" e al marito, che in carcere le chiede lumi sugli sviluppi di un'estorsione in corso, intima: "Ci sono persone con cui non posso parlare". Al "rosso", Diego Rugeri, parla per ammiccamenti: "Comu finiu con quelli delle vasche"? Il discorso è il seguente: Franco Domingo, prima di essere arrestato, aveva in piedi una sorta di pianificazione territoriale del "pizzo". Tra le vittime una società marittima (collegamenti con San Vito Lo Capo) che gestiva il noleggio dei pedalò sulla spiaggia di Guidaloca a Scopello e un'altra società di Castellammare che alleva i tonni, nelle vasche appunto. Antonella sa tutto delle iniziative intraprese dal marito e il suo compito è quello di sorvegliare che Diego porti avanti il progetto senza farsi venire grilli per la testa. Quando le trattative con le vittime vanno a rilento, "'u russu" - quasi in difficoltà - si giustifica: "Stiamo provvedendo". Poi "Antonè" va in carcere e si confronta (ah! il 41 bis) col marito prodigo di consigli, se deve comunicare riservatamente usa l'etichetta della bottiglia d'acqua minerale. Sottolinea parole, fino a formare frasi e nomi. E quello risponde: "Mi raccomando digli (a Diego ndr.) di insistere, di non mollare". Quasi sempre "Antonè" riferisce le cifre al centesimo (si parla ancora in lire nelle intercettazioni del 2001 e 2002) e Franco la mette in guardia: "Vedi che questi otto milioni sono dell'anno scorso, anzi, per quest'anno, ci dovrebbe essere un aumento". Antonella annota e subito dopo, sempre intercettata dalle microspie che non la lasciano nè in macchina nè in casa, riversa autorevolmente il pensiero del capo. La donna tiene i rapporti con la miriade di imprenditori piccoli e non, distribuisce i soldi ai familiari dei carcerati, decide di servirsi di un prestanome per versare in banca la sua parte, cerca amicizie per risolvere i problemi, tratta col cognato comandante del vigili urbani di Castellammare (arrestato anche lui) per conoscere in anticipo se, per esempio, un certo terreno "che Franco vorrebbe soffiare ad un posteggiatore abusivo" (per speculare sull'area) è esposto all'eventualità di esproprio da parte del Comune. E Totò, il comandante, va ed obbedisce. Torna con la ferale notizia: "Lasciamo stare, dice che lo devono espropriare". Insomma, la signora, che chiedeva anche voti alle amministrative del 2002 per il suo candidato sindaco, è proprio efficiente. Non sfigura nel confronto con una Antonietta Bagarella, moglie di Totò Riina, clandestina anch'essa per un trentennio, o con Saveria Benedetta Palazzolo, la compagna di Bernardo Provenzano tornata a Corleone nel ‘92 dopo vent'anni di clandestinità e un’intensa attività finanziaria per conto del marito. Ma, come tipologia, forse, "Antonè", anche per come l'abbiamo vista in tv, disinvolta e indifferente alle manette (nè la Bagarella nè la Palazzolo hanno provato il carcere), dura dietro agli occhiali scuri, si potrebbe accostare di più a Nunzia Graviano, una delle sorelle dei boss di Brancaccio. Distante da Vincenzina Marchese, moglie suicida di Leoluca Bagarella. Era di famiglia di alto lignaggio mafioso, Vincenzina. Ma non avrebbe mai potuto avere un ruolo così attivo nel comando: Bagarella non l'avrebbe mai coinvolta nei suoi problemi di leadership.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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