Tanti "errori", ma nessun colpevole. Tutti hanno sbagliato, ma sempre in "buona fede". La responsabilità è "collettiva", ma l'assoluzione è generale. Possono riassumersi così le 195 pagine del rapporto Butler, l'inchiesta sul ruolo dei servizi segreti britannici e del governo Blair nella guerra in Iraq. Da giorni la Gran Bretagna aspettava il verdetto col fiato sospeso. Lord Robin Butler, integerrimo ex-alto funzionario dello stato, un "mandarino" dei corridoi del potere, lo ha reso noto ieri a Londra davanti alle telecamere della tivù e ha colto tutti di sorpresa. La sua voluminosa indagine rivela una lunga serie di "difetti, imprecisioni, leggerezze, omissioni e gravi mancanze" nel modo in cui lo spionaggio e Downing street presentarono all'opinione pubblica nazionale l'entità della minaccia irachena per convincere paese e parlamento ad autorizzare un intervento militare. Le accuse lanciate da Londra a Bagdad nei mesi precedenti la guerra vengono smontate una dopo l'altra: "Non era vero che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa pronte per l'uso, non era vero che aveva missili in grado di essere lanciati in 45 minuti, non era vero che aveva legami con al Qaida, le prove citate dal governo erano più deboli di quanto è stato fatto credere", afferma il rapporto. Eppure, quando si tratta di assegnare responsabilità per l'impressionante sfilza di cantonate, Butler rifiuta di puntare il dito contro chicchessia. Assolve in pieno Tony Blair: non ci sono prove che il primo ministro abbia "deliberatamente ingannato" il Paese. Assolve John Scarlett, all'epoca capo del comitato di coordinamento dei servizi segreti, che preparò il "dossier Iraq" ed è recentemente diventato capo dell'Mi-6, lo spionaggio esterno: "Sarebbe ingiusto licenziarlo per quanto è avvenuto". Assolve Jonathan Powell, Alistair Campbell e gli altri strateghi della comunicazione di Downing street, pur suggerendo che in futuro l'attività dei servizi sia tenuta "separata" da ingerenze politiche. Insomma, assolve tutti. O se si preferisce condanna tutti, notando che le informazioni fuorvianti sull'Iraq sono frutto di una "operazione collettiva", quindi anche la responsabilità è "collettiva". Ma non esige dimissioni di singoli, questo è quello che conta. è possibile, commentano i media britannici, stilare un elenco di errori e non dire chi ne ha la colpa? "Whitewash, part II" ("Insabbiamento, parte seconda"), spara in prima pagina l'‟Evening Standard”, quotidiano della sera londinese, il primo arrivato in edicola nel pomeriggio con il verdetto di Butler. Un'allusione al titolo ("Whitewash") con cui uscì qualche mese or sono l'‟Independent”, alla pubblicazione del rapporto Hutton: l'inchiesta sulla morte di David Kelly, l'esperto di armamenti del ministero della Difesa britannico che confidò alla Bbc i dubbi sulla minaccia irachena e poi si suicidò, il 16 luglio 2003, quasi un anno fa, per lo scandalo. Il rapporto Hutton rovesciò tutte le colpe sulla Bbc, provocando dimissioni a catena nel network, mentre assolse Blair, ministri, consiglieri. Stampa e opinione pubblica, tuttavia, reagirono con sdegno, restando convinti che il governo avesse le sue colpe. Può darsi che il rapporto Butler susciti reazioni analoghe, ma per ora Tony Blair ottiene soddisfazione. "Nessuno ha mentito, nessuno ha ingannato", dichiara il primo ministro alla camera dei Comuni, due ore dopo la pubblicazione del rapporto. "Ormai abbiamo avuto quattro inchieste sull'Iraq (contando anche due indagini parlamentari, ndr.) e tutte hanno dimostrato la nostra buona fede. Mi aspettavo di trovare armi biologiche e chimiche e ora devo ammettere che non ce n'erano, ma il rapporto Butler non esclude che verranno trovate in futuro, conferma che Saddam intendeva svilupparle e che cercò di acquistare uranio in Nigeria. Onestamente, non mi sento di dire che essersi liberati di Saddam Hussein sia stato uno sbaglio. Oggi l'Iraq e il mondo sono più sicuri". Ovvero è stata una guerra giusta, non se ne parli più. Replica Michael Howard, leader dell'opposizione conservatrice: "Lasciamo stare le responsabilità. Parliamo invece di credibilità. La prossima volta che il primo ministro ci proporrà una decisione importante, gli crederemo? Potremo ancora fidarci di lui?" I bookmaker inglesi, letta l'assoluzione del premier da parte di Butler, scommettono di sì: tramonta ogni ipotesi di dimissioni, dicono, Blair sarà senza dubbio il candidato laburista alle elezioni del 2005. E probabilmente le vincerà, a meno di brutte sorprese firmate Iraq o Osama bin Laden.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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