È un raro esempio di un movimento sociale, nel controllatissimo Pakistan: un movimento per il diritto alla terra che coinvolge decine di migliaia di contadini di alcuni distretti del Punjab, probabilmente i più fertili del paese. Ma la "controparte" di questo movimento è niente altri che l'esercito pakistano: e il conflitto ha preso una piega sanguinosa, a quanto denuncia l'organizzazione Human Rights Watch in un rapporto pubblicato ieri. Vi si parla di una repressione feroce, con almeno quattro agricoltori uccisi tra la primavera 2002 e maggio 2003, e poi decine torturati, centinaia di arresti, villaggi assediati per settimane e off limits per la stampa: perfino bambini torturati per costringere i genitori a firmare certi contratti, secondo le testimonianze di 30 bambini intervistati. La proprietà della terra, e il diritto a lavorarla, sta alla base di tutto. Il conflitto scoppiato nel distretto di Okara porta a esasperazione un problema che risale ad almeno un secolo fa, quando i colonizzatori britannici cominciarono a scavare canali per irrigazione in quella provincia solcata da fiumi, affluenti dell'Indo. Fu allora incoraggiata la migrazione di coloni dal Punjab orientale (che oggi è India), perché tagliassero i boschi che allora ricoprivano la zona e cominciassero a coltivare. I britannici avevano promesso ai "coloni dei canali" di distribuire titoli di proprietà della terra, una volta resa coltivabile. Ma poi, quando questa si rivelò la zona più fertile dell'intero Punjab, pensarono bene di mantenere il controllo su gran parte delle terre (usate piuttosto per beneficiare una piccola élite terriera). Un secolo dopo, quella terra solcata da canali resta tra le più fertili (in un subcontinente dove l'agricoltura dipende per lo più dai monsoni), e la proprietà terriera resta la principale fonte di ricchezza e di privilegio sociale in Pakistan: l'élite qui è fatta di grandi latifondisti, i "feudali". E il più grande latifondista del paese è proprio l'esercito.
Questa è la premessa al conflitto scoppiato sui quasi 7.000 ettari delle Okara Military Farms, coltivati da almeno un secolo da mezzadri che pagavano con parte del raccolto. Nella primavera del 2000 però il ministero della difesa ha imposto un nuovo sistema: i contadini dovevano firmare un contratto e pagare non più in natura ma in denaro, in diverse rate annuali. Così però i mezzadri avrebbero perso il diritto di "occupanti" che gli accorda la legge, che li mette al riparo da sfratti, e sarebbero diventati semplici affittuari che si possono cacciare via alla scadenza del contratto. Così hanno rifiutato di firmare. Anzi, hanno cominciato a tenere grandi assemblee pubbliche. In breve tempo l'Associazione dei fittavoli del Punjab (Amp), che rappresenta circa un milione di contadini e le loro famiglie in tutta la provincia, è diventata un movimento popolare e si è radicalizzata: se dapprima a Okara chiedevano di mantenere il vecchio sistema di condivisione dei raccolti, dal 2002 hanno cominciato a rivendicare la terra che lavorano. Anche perché nel corso del conflitto è saltato fuori che la proprietà dell'esercito su quelle fattorie è quantomeno dubbia: si tratta di terre del governo provinciale, che non le ha mai cedute al ministero della difesa. E questo, è risultato, vale anche per le tenute di altri grandi enti pubblici, militari e non. E poi, non era stato proprio il generale Parvez Musharraf, quando ha preso il potere nel 1999, a parlare di redistribuire la terra a chi la lavora per combattere la povertà? Così decenni di soggezione, abuso di potere, e infine il rischio di essere sgombrati, ha seminato la rivolta tra gli agricoltori punjabi. Ma così, devono aver pensato i militari, si metteva in dubbio la loro autorità, oltre ai latifondi. E così sono entrati in scena i ‟Pakistan Rangers”, corpo dell'esercito che dipende formalmente dal ministero dell'interno e ha funzioni di sicurezza interna e controllo delle frontiere: la lotta al terrorismo, ma perché no anche ai contadini che rivendicano la terra. I Rangers, segnala ‟Human Rights Watch”, hanno una storia famigerata di abusi, tortura, uccisioni extragiudiziarie. Le testimonianze raccolte nel distretto di Okara lo confermano.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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