La moglie dell'ambasciatore turco ha organizzato un concerto di Pari Zangeneh, una famosa cantante cieca soprannominata "l'usignolo", la cui voce ha commosso generazioni di iraniani. Invitata d'onore e patrocinatrice del concerto è la signora Kharrazi, moglie del ministro degli Esteri. Tra le invitate ci sono signore iraniane, artiste, giornaliste e mogli di diplomatici. Il concerto è rigorosamente per sole donne, la voce femminile solista per gli sciiti è infatti peccaminosa e tentatrice ed è proibito agli uomini ascoltarla. Di fronte al cancello dell'ambasciata, in diversi punti strategici, si sono piazzati i Sepah Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione. Quando le signore escono, le loro vetture vengono bloccate. I pasdaran lasciano andare le straniere e fanno scendere le iraniane che a loro giudizio non sono vestite in modo conforme ai codici islamici. Diverse giovani vengono portate via a bordo dei furgoncini. Due ragazze, fermate e poi rilasciate, rientrano allarmate nell'ambasciata per riferire alla signora Kharrazi quello che sta succedendo. La moglie del ministro reagisce con visibile imbarazzo. Non sa che dire. Sono in uniforme? chiede. E come se l'Iran fosse uno Stato di diritto senza macchie aggiunge: perché non vi siete fatte mostrare i tesserini di riconoscimento? Il ritorno dei pasdaran è il cambiamento più visibile a Teheran da quando i conservatori hanno ripreso il potere alle elezioni di febbraio. Le Guardie della Rivoluzione, che l'imam Khomeini creò per difendere la repubblica islamica dai suoi nemici interni ed esterni, si erano un po' ritirate dietro le quinte durante la presidenza Khatami. C'erano, ma non si vedevano. I pasdaran erano scomparsi perfino dai murales da dove, fucile a tracolla e Corano in mano, aveva accolto per vent'anni il visitatore. Costruivano, con la benedizione del leader Khamenei, che non manca mai di lodarli nei suoi discorsi, un'immensa moschea nel centro della capitale, la Mossala (letteralmente luogo della preghiera), dove si distribuiscono viveri ai poveri. Oggi sono ricomparsi. Presidiano gli incroci stradali a fianco della polizia, fanno irruzione nei centri commerciali, fermano i giovani che ballano alle feste, entrano nei negozi che espongono vestiti scollacciati e sequestrano quello che trovano. Nella retata delle signore che uscivano dall'ambasciata turca c'era anche un'intenzione in più: una sfida diretta a Kharrazi e al governo di Khatami che ancora governa (finge di governare), in attesa che sia eletto nel 2005 il nuovo presidente. È stata la seconda sfida in poche settimane. La prima, più spettacolare, era avvenuta dopo l'inaugurazione del nuovo aeroporto "Imam Khomeini" a fine maggio. All'improvviso i pasdaran (che hanno le proprie forze di terra di mare e d'aria) hanno chiuso l'aeroporto impedendo che il primo volo di linea - un aereo degli Emirati Arabi - vi atterrasse. L'aereo degli Emirati è stato costretto a ritornare a Dubai perché a quel punto, per ripicca, anche l'aviazione civile gli ha rifiutato il permesso di atterrare nel vecchio aeroporto di Merhdabad. I Sepah Pasdaran non sono d'accordo, per ragioni di sicurezza, ad affidare la gestione del mega aeroporto a un consorzio straniero (il turco Tav, è stato detto). Sulle vere ragioni circolano varie ipotesi, che spaziano dagli affari alla tecnologia nucleare. Eccone una: i pasdaran hanno bisogno dell'aeroporto per i loro traffici (era una loro società che aveva concorso con quella turca all'appalto per la gestione e aveva perso). In questi anni dietro le quinte i pasdaran si sono costruiti un impero economico. Un giornale riformatore ha calcolato che i loro 72 jet da trasporto contrabbandino ogni anno merci per il valore di 10 miliardi di dollari l'anno. Chi da Dubai vuol fare arrivare in Iran merci nel giro di tre giorni può solo rivolgersi ai pasdaran, conferma un uomo d'affari che in questo modo ha fatto arrivare un carico di scarpe alla moda. Ecco invece la voce che riguarda il nucleare: un container arrivato dalla Corea del Nord si sarebbe aperto contaminando l'aeroporto poco prima dell'atterraggio dellaereo da Dubai. La coincidenza sembra poco plausibile, anche se è vero che i pasdaran controllano il programma nucleare - di cui Teheran nega i fini militari - e che è fonte di orgoglio nazionale per tutti gli iraniani, convinti del loro diritto a sviluppare la tecnologia nucleare senza aspettare a riceverla da fuori come un'elemosina. L'enigma resta irrisolto e il mega aeroporto, costato milioni di dollari, resta chiuso. Erano stati i pasdaran in febbraio a portare gli iraniani alle urne, col bastone o con la carota, con i regali o con le minacce, e ad assicurare così la vittoria ai conservatori (i candidati riformatori, come si ricorderà, erano stati esclusi). Come ringraziamento hanno avuto circa 90 dei 290 deputati del settimo Majlis. Novanta parlamentari che si fanno notare perché interrompono a proposito o a sproposito i dibatti urlando Marg e Amrika! , "Morte all'America", come erano abituati a fare in piazza. Pasdar è anche il nuovo sindaco di Teheran, Ahmadinejad, un Bossi in maglietta e casco che si aggira tra gli operai dei cantieri ma della cui capacità di amministrare molti dubitano. E dalle file dei pasdaran provengono tutte le nomine recenti: Ezzatollah Zarghami, nominato dal leader supremo Khamenei alla guida della potente radiotelevisione di Stato. E il nuovo capo del Motalefeh, che è un partito conservatore. Ma quello che ha aumentato il loro potere è la guerra in Iraq. I pasdaran si sentono i veri vincitori del conflitto. Il personale dell'ambasciata iraniana a Bagdad viene tutto dalle Guardie della Rivoluzione è si è guadagnato molti elogi a Teheran per l'efficienza delle operazioni diplomatiche e d'intelligence e per l'influenza esercitata sugli sciiti iracheni. Alcuni analisti pensano che gli iraniani avessero un progetto: con false informazioni hanno aiutato la caduta di Saddam e preparato un contromodello, uno Stato sciita vassallo di Teheran. Nel momento in cui gli americani hanno detto no a elezioni immediate, hanno cominciato a rendere difficile la vita agli occupanti con le dimostrazioni e con le truppe ribelli di Moqtada al Sadr. Mentre Teheran andava all'offensiva sul programma nucleare. "Fantasie", ribattono altri, come Said Leylaz: "Gli iraniani sanno bene che l'Iraq è un boccone troppo grosso. Se è troppo grosso per l'America figuriamoci per noi. L'Iraq è uno strumento, non un obbiettivo, uno degli scenari su cui giocare con gli Stati Uniti". Leylaz è un economista convinto che l'attuale crescita economica del 6 per cento sia il vero pilastro della stabilità del regime, almeno finché i prezzi del petrolio resteranno alle stelle. Minimizza il ruolo del Sepah: "è sempre stato così, quando la politica è in crisi le forze armate in Iran flettono i muscoli". Secondo un commentatore del giornale conservatore moderato "Resalat", Mohebbian, i pasdaran non potranno tirare tropo la corda: "I conservatori - spiega Mohebbian - dopo aver vinto le elezioni devono creare una buona immagine di se stessi ed evitare di mandare messaggi intimidatori alla gente. Devono perciò preservare tutte le libertà garantite da Khatami e dare un potente slancio all'economia. Guardando soprattutto alla giustizia sociale, perché la crescita economica per ora ha soprattutto allargato la forbice tra ricchi e poveri". Per capire quanto potere cercheranno di arrogarsi bisognerà aspettare di vedere quali chances avrà il loro candidato alla presidenza, che è appunto il sindaco di Teheran Ahmadinejad.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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