All'improvviso il popolo delle tende vibra di nuova attività. Dopo settimane di brutto tempo, di partenze e rinvii, di speranze e delusioni, è il momento della salita alla cima. Il primo gruppo di 12 alpinisti della spedizione "K2 -2004, 50 anni dopo" partirà oggi prima dell'alba dai 5.050 metri del campo base. Si ritroveranno tutti venerdì al campo tre, 7.700 metri d'altezza, mille dalla cima. "Se non cambia nulla, alcuni di loro saranno in vetta già sabato ed entro sera dovrebbero essere sulla via di discesa", azzarda Giuliano De Marchi, capospedizione vicario. Un ruolo difficile il suo. Da tre giorni Agostino Da Polenza ha deciso di tornare a Bergamo per assistere la moglie malata. Un passo sofferto. È Agostino il vero motore della celebrazione per il cinquantenario della prima salita alla seconda cima della Terra. "Agostino e io abbiamo pianificato la strategia dell'assalto alla cima. Sino a scegliere gli uomini che dovrebbero guidare la salita e i loro spostamenti", spiega De Marchi. Del resto, lui è tutt'altro che un pivellino. Medico urologo all'ospedale di Belluno, 57 anni, aria ascetica e pelle tirata da "vecio" super-allenato, ha salito 3 dei 14 ottomila del pianeta (Shisha Pangma, Cho Oyu e Makalu). Nel 1983 arrivò a 300 metri dalla cima del K2 per la cresta nord. E con l'Everest ha un conto aperto. Una volta fu costretto alla ritirata causa cattivo tempo. Nel 1991 vi tornò per il difficile couloir Norton con l'amico Fausto De Stefani. "Eravamo a 400 metri dalla vetta. Quando Fausto fu colto da edema celebrale", ricorda. Lui lo curò con le poche medicine che avevano con loro, poi lo calò con la corda sino alla base della parete. Una ritirata diventata leggenda nella storia della solidarietà alpina, ma che gli costò l'amputazione di diverse dita dei piedi causa congelamenti. Venerdì De Marchi dovrebbe unirsi al secondo scaglione di 9 alpinisti che mira alla vetta per domenica. In parallelo, dovrebbero muoversi anche una decina di Scoiattoli di Cortina, alcuni giapponesi, spagnoli e altre spedizioni internazionali. "I tempi sono stretti. Abbiamo scelto di piantare solo 3 campi al posto dei normali 4 sullo Sperone degli Abruzzi proprio perché temiamo che torni il brutto. La scelta è quella della velocità. Abbiamo tra noi skyrunners e velocisti del calibro di Silvio Mondinelli, Alessandro Busca, Mario Morelli e Marco Confortola. E molti sono già super-acclimatati grazie alla salita all'Everest solo due mesi fa", aggiunge. Solo 3 campi, dove la spedizione di Ardito Desio 50 anni fa ne mise 9. E soprattutto vince la scelta di purezza assoluta. "Non useremo l'ossigeno. Anzi, non ne abbiamo proprio. Ci auguriamo che chi si sente male abbia la maturità di girare i tacchi e scendere a valle prima che sia tardi". Ma lui è anche un realista: "Se su 21 dei nostri che partono 5 o 6 arriveranno in vetta, potremo dirci soddisfatti". Noi ieri siamo tornati ai 5.300 metri del campo base avanzato. Da qui si vede tutta la prima parte dello Sperone. Prima un lungo scivolo di neve, che porta alle corde fisse, salgono a zig zag tra una cresta di roccette rotte e brevi pendii di ghiaccio. E proprio qui circa alle 11 abbiamo visto un inglese venire trascinato a valle da una piccola slavina. Un volo di 200 metri prima di fermarsi sul nevaietto appena prima della morena. Si chiama Chris Mothersdale, ha 39 anni, ha visto la morte in faccia, il suo naso sanguina, ma nessuna ferita grave. Quando torniamo indietro ci attende una nuova macabra sorpresa. Una spedizione catalana ha ritrovato sul ghiacciaio una parte dei resti di Renato Casarotto. Uno shock per gli italiani. Renato è stato uno dei più gradi alpinisti al mondo degli anni '70 e '80. Vicentino, era caduto in un crepaccio a poche centinaia di metri dal campo base nel 1986. L'anno scorso il ghiacciaio aveva riportato alla luce una parte del torso. E la moglie Goretta aveva voluto che venisse sepolto sulla collinetta "memoriale" per i caduti del K2. Ieri con una piccola cerimonia gli alpinisti vi hanno aggiunto il resto delle spoglie.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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