Un grande viale alberato che costeggia un canale, nel pieno centro di Jakarta, Indonesia. La palazzina della Commissione nazionale per i diritti umani, un blocco grigio di tre piani, ha un ampio cortile sul retro. Spesso è affollato: studenti che protestano, delegazioni venute da un punto o l'altro del grande arcipelago per sottoporre reclami. Alla fine di giugno una trentina di persone è rimasta là per tre giorni in sciopero della fame: rappresentavano gruppi per la democrazia e chiedevano che la Commissione, organismo indipendente ma ufficiale, riaprisse vecchi casi di repressione che coinvolgono un paio di ex generali candidati alla presidenza della repubblica. In un angolo del cortile, in un androne coperto, qualche pezzo di tela tenuto da corde delimita un piccolo accampamento. Stuoie per terra, fagotti e giacigli arrotolati, in un angolo aperto pentole e masserizie, donne sedute a rammendare, bambinetti che giocano, due uomini che discutono gravi. Sono là accampati da più di un mese spiega Mamah, 42 anni, che usa un solo nome come si usa spesso a Java. Sono 24 famiglie: dieci mesi fa sono state cacciate dal villaggio di Tanjung Duren, nella parte occidentale di Jakarta. "Hanno cacciato via tutti, 1090 persone, perché su quel terreno vogliono costruire un nuovo quartiere di lusso", spiega: "Ma non ci hanno dato un posto er abitare, né dove mandare a scuola i bambini, né un lavoro". Perché, cosa facevate? "Coltivavamo un po' di terra, qualche lavoretto. Quando abbiamo protestato ci hanno offerto 250mila rupiah", circa 25 euro: meno di un mese di salario minimo nella regione di Jakarta, 300mila rupiah. Dov'è Tanjung Duren? Cerchiamo sulla cartina della grande Jakarta: è una macchia verde (senza costruzioni) nella periferia ovest, vicino alla superstrada per l'aereoporto: in effetti Tanjung Duren non esiste, era un insediamento abusivo su terreno del demanio. Jakarta si sta estendendo, in tutte le direzioni possibili: nuovi quartieri sorgono come funghi, villini di lusso, centri commerciali, grattacieli di appartamenti chic. E ogni nuovo insediamento fa le sue vittime: come Mamah e i suoi vicini, gente venuta a cercare fortuna in città che aveva trovato solo la bidonville, qualche pezza di terra da usare come orto, una vita da perenni abusivi senza documenti di residenza - e senza poter accampare diritti. "Abbiamo chiesto di avere qualcosa in cambio. Abbiamo protestato. Ora siamo qui perché delle donne sono state violentate dalla polizia e un uomo è morto per le botte, aveva di 35 anni. Qualcuno ci deve difendere".
All'inizio hanno ricevuto aiuto da gruppi di solidarietà sociale: gli portavano coperte, vestiti, vettovaglie, "ma anche loro hanno altri da aiutare". Se ora vedo solo una decina di adulti nell'accampamento è perché gli uomini sono fuori a "lavorare": qualcuno suona la chitarra ai semafori, altri si arrangiano come jokey, una figura inventata a Jakarta quando l'ente municipale ha istituito il divieto di circolazione per macchine con meno di due passeggeri sulle grandi arterie centrali nelle ore di punta: dalle 8 alle 10 del mattino, dalle 4 alle 6 del pomeriggio. Era una misura anci traffico per incoraggiare il car sharing, condividere la stessa auto. Così è nato il jokey, un uomo che in quelle ore si mette all'imboccatura delle supestrade urbane e chiede un passaggio: chi non vuole rinunciare ad andare in ufficio da solo sulla propria auto lo fa salire e gli darà una mancia.
"Hanno detto che ci lasciano qui fino all'elezione del presidente", continua Mamah, "ma poi dovremo andarcene: non so dove. Noi vogliamo restare qui finché non avremo una sistemazione definitiva". Avete parlato con gli studenti che facevano lo sciopero della fame, l'altro giorno? "Sì, dicono che bisogna rifiutare un ex militare come presidente. Ma a noi non importa chi è presidente, ci importa cosa fa per i poveri. Questo paese è malato da 32 anni. Abbiamo un governo che favorisce solo i ricchi". Trentadue anni è stata la durata del potere di Suharto: Mamah non è così apolitica come dice. E ha deciso che anche gli abusivi hanno dei diritti.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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