C'è del marcio in Massachusetts. La Convention di uno dei due partiti che dominano l'orbe terraqueo si svolge ignorando completamente l'evento più drammatico e controverso che agita il pianeta e tutta l'opinione pubblica americana: la guerra in Iraq. La guerra è stata del tutto rimossa dall'ordine del giorno e dalla piattaforma della Convention democratica, un documento di 110.000 battute che dedica un paragrafo di 1.200 battute all'Afghanistan e accenna all'Iraq solo di sfuggita in un inciso di 40 battute: "Oggi affrontiamo tre grandi sfide: 1) vincere la guerra globale contro il terrore; 2) fermare il diffondersi di armi nucleari, biologiche e chimiche; 3) promuovere la democrazia e la libertà in tutto il mondo, a cominciare da un pacifico e stabile Iraq". Questa cancellazione stupisce tanto più in quanto l'ostilità alla guerra in Iraq è la posizione su cui più concordano i 5.000 delegati alla Convention: secondo un sondaggio, il 95% è contrario e solo l'1% è favorevole. Sono percentuali bulgare, eppure il vertice, l'apparato, i leader più prestigiosi del partito hanno deciso di non tenere conto, anzi di andare contro l'opinione massicciamente condivisa dalla loro base: per loro semplicemente non esiste.
Dal podio tutti i grandi tenori hanno sistematicamente ignorato la parola "guerra", censurato il termine "Iraq", cancellato Saddam Hussein. Il silenzio si può capire nel caso del clintoniano Terry Mauliffe (presidente del partito), di Clinton (presidente dal 1992 al 2000), di Hilary Clinton e Al Gore (vicepresidente di Clinton) che hanno coniato il termine "nuovi democratici", l'equivalente Usa del "Nuovo Labour" di Tony Blair e che hanno imposto alla Convention lo slogan "Per un'America più forte". La rimozione è comprensibile anche per Richard Gephard (capogruppo democratico alla Camera dei deputati e per anni presidente della Camera), vecchio maneggione e uomo di apparato che segue sempre le consegne di partito. L'autocensura è spiegabile per l'astro nascente Barack Obama, per ora semplice senatore statale dell'Illinois, ma candidato a novembre al Senato di Washington: è il cocco del partito perché è un nero di destra, uno di quegli afro-americani moderati che piacciono tanto all'establishment perché danno un tocco di colore senza alterare nessun equilibrio di potere. Ma è incredibile questa distrazione in Howard Dean, governatore del Vermont, candidato della sinistra pacifista sconfitto da John Kerry: durante le primarie Dean aveva fatto dell'opposizione alla guerra in Iraq il suo cavallo da battaglia, e ora ha glissato.
Solo tre dei grandi oratori hanno accennato alla guerra in Iraq. Jimmy Carter, presidente dal 1976 al 1980, ha pronunciato le parole più dure di tutta la Convention contro la politica estera di Bush, ma non ha mai usato la parola Iraq (è stato però l'unico a nominare Saddam Hussein): "Gli Stati uniti si sono alienati gli alleati, hanno costernato gli amici e, inavvertitamente gratificato i loro nemici proclamando una confusa e preoccupante strategia di ‟guerra preventiva”: e i nostri alleati sono spaccati, il mondo ci odia e il Medio oriente è in fiamme (..) Altrove, alla minaccia nucleare nordcoreana - di gran lunga più reale e immediata delle minacce poste da Saddam Hussein, è stato permesso di progredire indisturbata con conseguenze potenzialmente nefaste per la pace e la stabilità nel Nord est asiatico".
Thomas Daschle (capogruppo democratico del Senato) che affrontando una campagna assai incerta e rischia di perdere il posto di senatore del Sud Dakota, ha nominato l'Iraq in funzione elettorale pro domo sua: "I sud-dakotani respingono l'idea disfattista che abbiamo abbastanza denaro per ricostruire l'Iraq, ma non possiamo permetterci di soddisfare i nostri bisogni qui. Li meraviglia che possiamo costruire nuove scuole in Iraq mentre così tante scuole americane stanno andando in rovina. E per loro non ha senso che noi paghiamo la benzina più di 2 dollari al gallone in patria, mentre i contribuenti americani stanno finanziano una benzina a dieci centesimi al gallone in Iraq".
Infine Edward (Ted) Kennedy, senatore del Massachusetts, fratello del presidente Kennedy, esponente di spicco della "sinistra populista" del partito, che pure ha fatto il discorso più infiammato e più esplicitamente anti-Bush, ha parlato dell'Iraq solo in questi termini: "Dovremmo avere onorato il principio che i fondatori della nazione inscrissero nella primissima frase della Dichiarazione d'Indipendenza: che l'America deve dare `un decente Rispetto all'Opinione dell'Umanità'. In Iraq abbiamo mancato di farlo. Più di 900 dei nostri soldati e soldatesse hanno già pagato l'ultimo prezzo. Circa 6.000 sono stati feriti in questa sviata. L'amministrazione si è alienata alleati di lunga data. Invece di rendere l'America più sicura, ci ha fatto meno. Ci hanno reso più difficile vincere la guerra contro il vero terrorismo, la guerra contro al Qaeda".
E questo è tutto. Non una parola su come uscire dal pasticcio iracheno, sul come coinvolgere di più gli alleati o sul perché questi dovrebbero lasciarsi coinvolgere. Niente. Nei delegati minori può dipendere dallo stretto controllo che la commissione del partito esercita su tutti gli interventi: gli oratori devono leggerli a voce alta per assicurarsi non solo che non sforino il tempo concesso (sarebbe augurabile che ciò avvenisse anche nei congressi italiani), ma anche che non si distanzino troppo dalla linea ufficiale del partito (niente attacchi personali a Bush, ecc.). Una censura preventiva impensabile in Italia. Ma questa censura non si esercita certo sui big. No, è una gigantesca rimozione che sfiora la sindrome psicanalitica. D'altronde il motore di ricerca del sito ufficiale della Convention (www.dems2004.org) ha trovato solo quattro rinvii alla voce Iraq, e sono i seguenti:
1) Nella biografia ufficiale di uno dei delegati del Massachusetts è scritto: "Democratico di lunga data, il tenente colonnello Sam Poulten è ritornato negli Stati uniti a marzo dopo aver servito per dieci mesi e mezzo nella 84-esima brigata medica in Iraq".
2) Micahel Negron di Memphis (Tennessee) vincitore del concorso per giovani "Oratore del futuro", ha detto: "Oggi migliaia di giovani soldati stanno restando in Iraq oltre la durata del loro turno a combattere una guerra che è stata venduta all'America con falsi pretesti. Nel frattempo voci e sussurri circolano in tutto il paese su un ripristino della coscrizione obbligatoria".
3) Uno degli altri nove finalisti nello stesso concorso, Philip Lohman IV di Charleston (South Carolina), ha detto in un altro intervento di contorno: "Non sono i nostri genitori che combattono in Iraq né sono loro che subiscono la manomissione del sistema educativo. Noi dobbiamo far fronte è aumenti delle spese d'iscrizione e ai tagli dei programmi di servizio".
4) Mercoledì mattina l'organizzazione Campaign for America's Future organizza il dibattito: Iraq, gli Usa e il mondo. Aperto a tutti.
Insomma, oggi quello democratico è un partito che ha una linea su tutto tranne che sul tema politico più importante di tutti: questo buco nero è un viatico assai improbabile per una vittoria novembrina.
Massimo D'Alessandro

Massimo D'Alessandro

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