Bella grana per il governo (federale) australiano: ha dovuto archiviare in via definitiva il progetto di costruire una discarica nazionale per scorie nucleari presso Woomera, nel deserto meridionale. E' stata una decisione obbligata, dopo che un tribunale federale a Canberra in giugno ha dato ragione al governo della South Australia, in un ricorso contro la "acquisizione urgente obbligatoria" di terreni da parte del governo centrale. Per il governo locale è una bella vittoria. Ma è soprattutto una vittoria per le Kupa Piti Kungka Tjuta, o "Anziane donne aborigene" di Coober Pedy, South Australia: si erano messe insieme nel 1998, quando il governo ha annunciato il piano di costruire la discarica radioattiva a Woomera, cioè nel territorio delle loro tribù, ed erano decise a impedirlo. La loro è una storia straordinaria, perché le sette signore non possedevano gli strumenti che sembrano indispensabili a una campagna di pressione: né soldi, né entrature - non sanno neppure leggere e scrivere. Eileen Kampakuta Brown, Eileen Wani Wingfield, Emily Munyungka Austin, Eileen Unkari Crombie, Ivy Makinti Stewart, Tjunmutja Myra Watson e Angelina Wonga - tutte ultrasettantenni - avevano però un certo carisma, e argomenti molto forti. "Noi conosciamo questa terra", avevano dichiarato in una lettera collettiva che è diventata un po' il loro manifesto: "Ciò di cui sta parlando il governo avvelenerà la terra. E' un veleno e non lo vogliamo". L'argomento ufficiale era: cosa meglio che un deserto per costruire in tutta sicurezza una discarica di scorie a bassa radioattività? Le signore hanno risposto: "Non importa se è un deserto, è da dove veniamo". E poi: "Il deserto non è così secco come pensate. Non lo vede il governo che qui c'è acqua? Nulla vive senza acqua. C'è un grande fiume sotterraneo qui. Noi sappiamo che il veleno della discarica radioattiva penetrerà il terreno e raggiungerà l'acqua. E noi beviamo quest'acqua". (La lettera è sul sito www.irantiwanti.org).
Le signore sapevano benissimo di cosa si stava trattando anche perché erano state tra gli involontari protagonisti di uno degli episodi più criminali della storia nucleare mondiale: gli esperimenti atomici a cielo aperto fatti negli anni `50 dalla Gran Bretagna nel deserto australiano, gentilmente "concesso" allo scopo. "Tutte noi eravamo vive quando il governo ha usato il paese per la Bomba. Alcune vivevano a Twelve Mile, appena fuori Coober Pedy. Il fumo era buffo e tutto era polveroso. Poi tutti si sono ammalati. Altri erano a Mabel Creek e si sono ammalati. Altri ancora vivevano a Wallatinna. Altri se ne sono andati", ricordano le sette signore: governo australiano e militari britannici avevano semplicemente ignorato che quel deserto era abitato. Racconta Angelina Wonga: "Abbiamo visto un'esplosione a sud. Ci siamo detti: "ehi, cos'è". Poi abbiamo visto il vento soffiare quella roba verso dove eravamo seduti. Nessuno era stato avvertito, nessuno. Così sono finiti mia madre e padre, morti. Ho seppellito la nonna. Ero la sola rimasta". Prosegue la lettera: "Ora vengono qui e dicono a noi poveracci neri: "Oh, non succede niente, nulla vi ucciderà". Succede ancora come ai tempi di quelle bombe".
Le anziane aborigene non si fidavano delle rassicurazioni del governo. Dicevano che la radioattività avrebbe contaminato il Great Artesian Basin, la grande riserva d'acqua che sta sotto quel deserto. E avevano ragione: i dettagli tecnici della discarica progettata a Woomera non sono mai stati resi noti, ma il Bureau of science ha devuto riconoscere che il disegno non avrebbe impedito alla radioattività di percolare nelle acque sotterranee. Con le donne aborigene si sono schierati i Verdi australiani ("i greeny ... ci aiutano con le lettere, scrivere, i computers, ci hanno aiutato a parlare al mondo"). Hanno cominciato a girare per la nazione: Canberra, Sydney, Lucas Heights dove ha sede l'unico reattore nucleare sperimentale in Australia (unico motivo per cui il governo sostiene la necessità di una grande discarica nazionale di scorie). Infine hanno vinto loro.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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