Il caso del Parco nazionale di Botum Sakor, nella Cambogia sud-occidentale, la dice lunga sulla politica di gestione forestale dei dirigenti cambogiani. Botum Sakor comprende alcune delle ultime foreste vergini di pianura e ampie zone di mangrovie sulla costa di Koh Kong. Ebbene, nell'ultimo anno e mezzo il governo cambogiano ha concesso a una ditta cinese, Green Rich, di creare una piantagione da 18mila ettari nel parco nazionale. Una piantagione è un'ottima scusa per tagliare la foresta esistente, ed è proprio ciò che la Green Rich ha cominciato a fare dal marzo di quest'anno: parecchie centinaia di ettari della foresta Melaleuca, insieme a ampie zone di bosco di mangrovie, sono ora ridotti a tronchi, ben allineati in containers pronti per l'export. La ditta cinese ha anche cominciato a tagliare la foresta tropicale sempreverde che copre parte della concessione - e nel fare così ha tenuto circa 300 lavoratori segregati in condizioni di lavoro spaventose, con poco cibo e niente assistenza medica: circostanza rivelata da alcuni di quei lavoratori quando sono riusciti a scappare dal campo della Green Rich con l'aiuto di organizzazioni non governative e delle autorità locali. Lo leggiamo in un indignato comunicato stampa dell'organizzazione indipendente Global Witness, che ha sede a Londra e fin dal `95 conduce un monitoraggio accurato sulle foreste cambogiane (il comunicato è del 9 luglio: www.globalwitness.org).
La concessione nel Parco nazionale di Botum Sakor è solo uno di parecchi progetti industriali autorizzati dal governo cambogiano in aree protette, fa notare Global Witness. E la Green Rich è solo una di parecchie aziende forestali che hanno avuto grandi concesisoni in Cambogia nell'ultimo decennio, per sfruttare (tagliare) le foreste o per piantagioni, e ne hanno approfittato per tagliare ben oltre le zone in concessione e oltre le quote di alberi assegnate. E' cosa ormai risaputa: dai primi anni `90 le foreste cambogiane hanno subìto un vero e proprio assalto, a cui hanno partecipato i paesi limitrofi e aziende concessionarie di tutta la regione dell'Asia-Pacifico. Del resto il legno tropicale è un buon affare - ed è la prima voce dell'export di un paese peraltro poverissimo. E anche se alla fine degli anni `90 il governo ha stabilito delle regole e normalizzato un sistema di concessioni, il commercio illegale di legname resta un affare massiccio. Global Witness, che tra il 1999 e il 2003 era stata chiamata dal governo di Phnom Penh a esercitare un "controllo indipendente" dell'industria forestale, ha tratto un bilancio amaro: la forza portante della deforestazione illegale sono proprio le aziende titolari di concessioni forestali, e però restano impunite perché hanno legami stretti, finanziari e in qualche caso familiari, con amministratori e dirigenti ppolitici al più alto livello. Il sistema delle concessioni è irriformabile, aveva concluso, troppo corrotto.
Dello stesso avviso è uno studio commissionato dal governo cambogiano (e finanziato dai paesi "donatori", da cui la Cambogia ottiene gli aiuti internazionali che coprono buona parte del suo bilancio). Nel gennaio 2002 il governo aveva deciso la moratoria sulle nuove concessioni e ordinato la "Forestry Sector Review" per ridefinire la sua politica forestale: ora questo studio raccomanda proprio di cancellare il sistema delle concessioni e propone invece un modello di gestione forestale a livello di comunità locali, finalmente a vantaggio dei milioni di cambogiani che dipendono direttamente dalla foresta - e che hanno un "diritto d'uso" della foresta di fatto cancellato dalle grandi concessionarie. Chi invece difende il sistema delle concessioni è la Banca Mondiale, che sta facendo "lobby" sul governo di Phnom Penh perché rinnovi i contratti a sei grandi aziende per i prossimi 25 anni. Eppure, segnala Global Witness (29 luglio), quelle sei aziende hanno violato i termini dei loro contratti in passato, "alcune sono poco più che una facciata per parenti e soci di alti funzionari governativi", tutte hanno annunciato l'intenzione di escludere la popolazione locale. Così l'assalto alle foreste continua.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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