Dopo due anni di detenzione, quattro uomini prigionieri nella base militare degli Stati uniti a Guantanamo sono comparsi ieri davanti a un tribunale speciale. Tanto speciale che non è una regolare corte marziale ma una cosa a sé, definita "commissione militare" e formata da cinque ufficiali: il primo tribunale per crimini di guerra negli Usa dalla fine della Seconda guerra mondiale. La Commissione militare per Guantanamno ha dunque cominciato ieri le udiente preliminari per i suoi primi quattro imputati - il primo a essere portato in aula è stato ieri mattina uno yemenita, Salim Ahmed Hamdan, che secondo il Pentagono è stato l'autista e guardia del corpo di Osama bin Laden dal 1996 fino al novembre 2001. Gli altri sono un sudanese, un altro yemenita e un australiano.
L'udienza preliminare serve a poco più che notificare le accuse agli imputati: il processo vero e proprio potrebbe essere ancora lontano. E però le udienze cominciate ieri sono il primo surrogato di giustizia a cui hanno accesso quegli uomini dopo due anni di detenzione.
Per l'occasione, nella base militare di Guantanamo sono arrivati 53 giornalisti e i rappresentanti di quattro o cinque organizzazioni per i diritti umani, tra cui la American Civil Liberties Union (Aclu), Human Rights Watch, Amnesty International e la American Bar Association, associazione degli avvocati. Portati domenica con un charter collettivo, giornalisti e osservatori sono alloggiati in una palazzina per gli ufficiali da cui non possono uscire senza scorta militare: dire che la sorveglianza è molto stretta è un eufemismo. Scarrozzati sempre in gruppo, solo otto di loro per volta possono accedere all'aula, gli altri seguono da una tv a circuito chiuso. Hanno dovuto impegnarsi a non diffondere notizie coperte da segreto che possono essere dette in aula (e nonostante questo, lunedì gli è stato detto che i loro blocchi di appunti saranno controllati: pare che le autorità militari abbiano fatto marcia indietro di fronte alla rivolta dei cronisti).
"Vogliono essere trasparenti, ma la trasparenza non può andare troppo in là", commenta con sarcasmo il direttore esecutivo della Aclu, Anthony Romero, osservatore a Guantanamo che tiene un blog quotidiano (un diario su internet). Riferisce che dopo la prima giornata di preliminari, ieri quelli delle organizzazioni per i diritti umani sono stati separati dai giornalisti e gli è stato vietato l'accesso all'aula - forse per difendere i reporters dalle loro contestazioni sui termini legali della faccenda?
Il fatto è che di contestazioni ce ne sono, e parecchie. Gli imputati hanno un difensore nominato d'autorità, un avvocato militare americano. Possono chiedere un avvocato civile, ma questo non avrà accesso a informazioni coperte da segreto. Le prove a carico dell'imputato potranno non essere dichiarate, se coperte da segreto militare. La difesa non ha diritto a chiamare testimoni. Le conversazioni tra imputato e difensore sono controllate. Gli imputati non hanno diritto di fare appello alla giustizia federale americana ma solo a un'altra "Commissione" speciale. Insomma: non c'è un controllo indipendente al di fuori della catena di comando militare, fa notare Romero.
Con tutto questo, la seduta di ieri mattina ha mostrato almeno che gli avvocati difensori militari sembrano decisi a fare il loro mestiere. "Questo processo va contro ogni cosa per cui abbiamo lottato negli Stati uniti", ha dichiarato ai reporter il luogotenente comandante Charlie Swift, difensore di Hamdan: e in aula per prima cosa ha contestato la classificazione del suo assistito come "nemico combattente". Non è questione da poco: per l'amministrazione Bush i detenuti di Guantanamo non sono prigionieri di guerra, che avrebbero molti più diritti grazie alle Convenzioni di Ginevra. Le organizzazioni per i diritti umani sostengono che anche i "nemici combattenti" sono coperti da alcune Convenzioni di Ginevra, e in giugno la Corte suprema americana aveva riconosciuto che hanno diritto a fare appello ai tribunali americani contro la propria detenzione - la base del diritto in ogni nazione moderna. E molti hanno cominciato a farlo.
Alla fine di luglio dunque il Pentagono ha messo al lavoro delle commissioni speciali, chiamate Combatant Status Review, che devono stabilire la legittimità della detenzione di ciascuno dei 585 prigionieri di Guantanamo: tutti genericamente considerati Taleban o di al Qaeda, per lo più catturati in Afghanistan durante o subito dopo il crollo del regime dei Taleban nel dicembre del 2001. Finora però solo 31 casi sono stati riesaminati (in questo caso non hanno un avvocato ma una sorta di tutor: secondo le autorità militari perché il procedimento è solo amministrativo). Di questi, 19 si sono presentati alla Commissione e 12 hanno rifiutato, perché ne contestano la legittimità. In tutto 23 casi sono stati determinati, e di questi 14 sono stati confermati "nemici combattenti": ma agli interessati non è stato ancora comunicato (informazioni date ai cronisti a Guantanamo e riferite da Anthony Romero nel suo blog).
Nella prima udienza l'avvocato Swift ha annunciato che chiederà di ritirare le accuse nei confronti del suo assistito, poiché non ha avuto la possibilità di contestare il suo status di "nemico combattente". Ha contestato la composizione e le procedure della Commissione. Intanto il primo imputato ha presentato un ricorso contro la sua detenzione al tribunale di Seattle: dice che negli otto mesi di isolamento totale "stava diventando pazzo", e che nei sei mesi di detenzione in Afghanistan prima del trasferimento a Guantanamo o stato picchiato, minacciato di tortura, lasciato al gelo... Pur supercontrollato, a Guantanamo si è aperto uno spiraglio.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>