Lo Shanxi è la prima provincia cinese a calcolare il suo "prodotto interno lordo verde", riferisce il Financial Times (19 agosto). E' una grande provincia appena a sud-ovest di Pechino ed è tra tra le maggiori produttrici di carbone - fonte di circa tre quarti dell'energia elettrica generata in Cina ogni anno. Insomma, lo Shanxi ha provato a ricalcolare il suo Pil includendo nei conti il costo dell'inquinamento e delle risorse usate: e ha trovato che tutta la crescita economica degli ultimi vent'anni è ridotta a poca cosa. Lo studio condotto dalla Accademia di scienze sociali dello Shanxi (statale) su commissione del governo provinciale considera l'anno 2002. Quell'anno l'istituto di statistica aveva annunciato un Pil di 134 miliardi di Rmb (renmin, pari a 13 miliardi di euro). L'Accademia di scienze sociali ha detratto da questa somma 36,17 miliardi di Rmb per le riserve di carbone consumate; 7,75 miliardi di Rmb per i terreni sfruttati, 3,11 miliardi di Rmb per le riserve acquifere consumate e poco più di 20 miliardi di Rmb per i costi dell'inquinamento. Detratti questi costi, il Pil scende al 66% della somma iniziale. Dong Jibing, vicedirettore dell'Accademia dello Shanxi, fa notare che già solo i costi dell'inquinamento ammontano a quasi l'11 percento del Pil ufficiale per il 2002. Considerato che quell'anno il Pil era cresciuto dell'11,7 percento rispetto all'anno precedente, il risultato è chiaro: una volta inclusi i costi ambientali, la crescita economica dello Shanxi è quasi nulla.
Calcolare il "pil verde" è un'idea nuova in Cina. Non sappiamo con quale metodologia siano stati stimati i costi ambientali. E però l'Ufficio nazionale di statistica (Nbs) e l'Agenzia nazionale di protezione ambientale (Sepa) hanno detto che il "Pil verde" deve diventare una misura comune della sostenibilità ambientale in Cina. Il mese scorso, riferisce sempre il Financial Times, le due istituzioni hanno tenuto una conferenza per definire una misurazione standard dei costi ambientali dello sviluppo economico. Il fatto è che la Cina è per molti aspetti sull'orlo del collasso ambientale, e i dirigenti di Pechino ne sono ormai consapevoli: ne sono un segnale il divieto assoluto di tagliare foreste primarie, emanato dopo le grandi alluvioni del 1998, o i progetti di riforestazione. O il piano di diminuire la dipendenza dal carbone (al 62% per il 2030): ma il consumo in termini assoluti è destinato ad aumentare, se solo i cinesi dovessero avvicinarsi alla media mondiale del consumo di energia procapite (oggi sono al 38%).
Lo Shanxi è un ottimo esempio del disastro ambientale cinese. E' considerata la provincia più inquinata del paese. Taiyuan, la capitale provinciale, è risultata la città con l'inquinamento atmosferico più alto al mondo in un'indagine condotta dall'Oms nel 1999 (citata in una lunga inchiesta su Asia Times, agosto 2003). In quella stessa indagine, era risultato che sulle 338 città cinesi monitorate solo un terzo era adeguato ai criteri di qualità atmosferica fissati dal governo cinese. L'Oms avvertiva anche che in tutta la Cina almeno 700mila morti premature l'anno sono da attribuire all'inquinamento all'interno degli edifici, dove si brucia carbone per riscaldamento e per cucinare. Il carbone, responsabile tra l'altro della morte di circa diecimila minatori all'anno per incidenti in miniera, è sinonimo di piogge acide, che colpiscono il 40% del territorio cinese e investono la Corea e il Giappone settentrionale. Per questo Pechino conta di bandire entro la fine del 2005 il carbone con tenore di zolfo superiore al 3%. Conta anche di eliminare il carbone dalle case: nelle città di Pechino e Taiyuan si vanno diffondendo le tubature di gas per uso domestico. Poi c'è l'industria: per il 2010 Pechino promette di dimezzare le emissioni di anidride solforosa dalle ciminiere, che significa mettere filtri e ancora più spesso eliminare vecchi catorci industriali per impianti più efficienti: e gran parte di questo sforzo è diretto allo Shanxi. Si capisce allora che questa provincia sia stata la prima a studiare il "Pil verde". Il risultato avrà spaventato i suoi dirigenti.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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