Sono bastati pochi episodi per far correre un brivido di paura tra i proprietari terrieri bianchi della Grande Valle del Rift, in Kenya. Episodi limitati, per la verità: pastori masai, con le loro mandrie, hanno distrutto le recinzioni elettrificate che delimitano i ranch e hanno lasciato le bestie pascolare dentro alle proprietà private. Pochi episodi, tutti nella zona nota come Laipika, appena a nord dell'Equatore vicino alle città di Nanyuki e Isiolo. Gli invasori non hanno occupato le case né torto un capello a nessuno: ma l'invasione delle fattorie «bianche» evoca fin troppo lo Zimbabwe e la controversa redistribuzione delle terre incoraggiata dal governo di Robert Mugabe: così tra i coloni del Kenya c'è chi ha cominciato a invocare le maniere forti. La paura dei proprietari terrieri kenyoti sembra perlomeno esagerata: il governo non sta affatto incoraggiando l'invasione di fattorie private. Anzi: giorni fa la polizia, andata a sgomberare dei pastori masai, ha sparato e ucciso un settantenne. Martedì, nella capitale Nairobi ha disperso con gas lacrimogeni una dimostrazione di alcune decine di masai, vestiti con i coloratissimi abiti tradizionali, che si recavano all'ambasciata della Gran Bretagna. Volevano presentare una petizione all'ambasciatore Edward Clay - ci avevano già provato il 13 agosto, e anche quella volta erano stati tenuti a distanza. La petizione chiede la restituzione al governo britannico delle terre sottratte loro esattamente cento anni fa con un trattato coloniale. Si tratta dell'Anglo-Masai Land Treaty, firmato il 15 agosto del 1904 dalle autorità britanniche e dai capi delle tribù masai che allora occupavano le fertili terre della Rift Valley, dove i britannici avevano progettato di costruire una ferrovia e dove avevano cominciato ad aprire tenute agricole. Firmato è un modo di dire, gli anziani capitribù hanno messo l'impronta del pollice su quel documento in cui pattuivano: «di nostra libera volontà, abbiamo deciso che è nel nostro miglior interesse rimuovere le nostre genti, greggi e mandrie in riserve definite lontano dalla linea ferroviaria, e lontano da ogni terra che possa essere aperta all'insediamento di europei». Il trattato non accenna a contropartite. Ora i masai rivendicano: il trattato era un leasing di 99 anni, dunque è scaduto. Il governo britannico deve restituire le terre, e poiché non è più la potenza coloniale deve risarcire: alcuni leader masai hanno quantificato in 10 miliardi di scellini kenyoti, circa 102 milioni di euro.
Il governo britannico tace. Quello di Nairobi ha bloccato la rivendicazione dei masai. Il trattato, dice, non durava 99 anni ma 999. Pare addirittura che il testo reciti: l'accordo «sarà valido finché la razza masai esisterà». La via per risolvere il problema della terra non è rivendicare restituzioni o risarcimenti, argomenta il governo. Sloggiare le fattorie esistenti sarebbe un danno all'economia. Il governo di Mwai Kibaki, insediato l'anno scorso alla fine del trentennale «regno» di Daniel arap Moi, sta elaborando una nuova costituzione: al capitolo terra propone che le lunghissime concessioni date ai grandi latifondisti in epoca coloniale, spesso per 999 anni, siano tutte ridotte a 99 anni; alla scadenza ci sarà la possibilità di redistribuire le terre. Il ministro della terra Amos Kimunya ha dichiarato che una commissione nazionale rivedrà i casi di ingiustizie storiche. Il governo ha anche accusato alcuni notabili politici di aver istigato la protesta, e qualche retroscena politico in effetti c'è: non a caso dei deputati del Kanu, il partito dello sconfitto arap Moi, si sono fatti paladini della rivendicazione dei masai. Ma anche i leader delle chiese cattolica e anglicana si sono fatti avanti, leggiamo sul Daily Nation di Nairobi: hanno chiesto al governo di aprire un dialogo con i masai, criticando i lacrimogeni e gli arresti. Il problema della terra è reale, e la siccità delle ultime stagioni ha spinto molti alla disperazione. Tra i masai, c'è chi lancia proclami duri: «Sono abusivi sulle nostre terre», dice Ratik Ole Kuyana, uno dei promotori della protesta. «Godono i frutti delle terre che ci hanno tolto. Mugabe ha ragione» (al New York Times).
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>