L'agguato contro Enzo Baldoni e il suo autista-interprete Ghareeb sarebbe avvenuto mentre il loro mezzo si trovava nel convoglio della Croce Rossa di ritorno da Najaf. E non isolato di fronte ad esso, come invece afferma il commissario straordinario della Cri, Maurizio Scelli. La dichiarazione arriva da un funzionario della Mezzaluna Rossa di Bagdad, che per motivi d'ufficio non intende rivelare la propria identità. A suo dire, quel 20 agosto l'autista del primo mezzo del convoglio avrebbe visto l'attentato dallo specchietto retrovisore. E alcuni civili sarebbero anche intervenuti per cercare di portare soccorso. "Il mezzo sul quale viaggiavano Baldoni e il suo autista era il secondo della colonna", precisa la fonte. Sollevando persino il sospetto che qualcuno abbia potuto segnalare agli assalitori la presenza del freelance italiano nella carovana. Insomma, che stessero cercando proprio lui.

Il mediatore.
Insinuazioni e dubbi che, però, restano nel vago. E anzi rischiano di creare ancora più confusione in una vicenda che presenta diversi punti da chiarire. Ieri, nelle stanze di Medical City, dove opera la Croce Rossa Italiana, ha provato a fare luce un ex colonnello dell'esercito di Saddam Hussein. È Sajaf al Jidi, meglio noto come Abu Karrar, 35 anni, promotore di un neonato gruppo politico, il Movimento Nazionale Iracheno. Lo stesso Scelli lo ha indicato come "il mio braccio destro nella trattativa che abbiamo avviato per tentare di salvare la vita di Enzo Baldoni". Un tentativo che non ha portato a nulla, come ammette senza mezzi termini proprio Karrar. "Abbiamo fallito - racconta -. Pensavamo sino all'ultimo momento che Baldoni fosse vivo e vicinissimo a venire rilasciato. La notizia della sua fine è giunta come un fulmine a ciel sereno. Ora ci stiamo preoccupando di recuperare il cadavere. Ma anche in questo caso le possibilità di fallire restano alte".

I dubbi.
Difficile capire la valenza delle sue dichiarazioni. Ancora oggi resta tutto da chiarire l'effettivo ruolo della Croce Rossa nella vicenda dei quattro bodyguard italiani rapiti in aprile. A fianco del caloroso riconoscimento per l'opera umanitaria della Cri, a Bagdad c'è anche chi ritiene che, se non fosse stato per il pagamento di un riscatto da parte dell'Italia a un traditore nel gruppo dei rapitori e al blitz delle teste di cuoio statunitensi, gli altri tre italiani avrebbero fatto la stessa fine di Fabrizio Quattrocchi.

La salma.
"In questo momento per il recupero del corpo stiamo utilizzando gli stessi canali che avevamo aperto nella speranza di recuperare Baldoni vivo. Anche se con modalità diverse". Di più, sulla trattativa per il recupero della salma di Baldoni, Abu Karrar non vuole dire. Poi però specifica che i contatti non si "trovano a Najaf". E gli Ulema di Bagdad, i leader spirituali sunniti tanto importanti nella strategia negoziale della Croce Rossa Italiana in aprile (quando tra l'altro venne consegnato il corpo di Quattrocchi), in questo caso "non sono coinvolti".

Le difficoltà.
Il problema centrale è quello di sempre: "I gruppi di guerriglieri che operano sul territorio sono divisi, frazionati. Ci sono estremisti e moderati. E non vanno esclusi i banditi. Potrebbe anche essere che Baldoni sia stato ucciso appena dopo la cattura". Di una sola cosa Karrar è certo: "Non siamo pronti a pagare alcun riscatto. Non ci è stata chiesta alcuna cifra in denaro. Del resto, tutti sanno benissimo che non ci staremmo. E poi la Cri nella zona di Najaf ha già donato medicinali pari a un valore di 150 mila dollari. Mi sembra una cifra più che ragguardevole". Infine, un'osservazione che apre nuovi interrogativi, senza offrire vere risposte: "La strategia della cattura di Baldoni sembra mostrare che siamo di fronte a un gruppo molto organizzato. È stato un blitz ben pianificato".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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