"Francesi, salvateci, manifestate contro la legge sul velo islamico, altrimenti verremo uccisi". È questo l'appello lanciato ieri sera dai due giornalisti francesi in un nuovo video diffuso dalla tv satellitare del Qatar, Al Jazira. Così il ricatto terrorista si fa più incalzante, più minaccioso. Allo scadere dell'ultimatum di 48 ore, i rapitori dei due reporter francesi hanno concesso altre 24 ore di tempo al governo di Parigi per abrogare la nuova legge contro il velo islamico e i simboli religiosi nelle scuole. I due sono dunque ancora vivi. Ma nel video appaiono stanchi, spaventati, provati, le magliette sporche, la barba lunga. Chiedono al loro governo di rispettare le richieste dei rapitori, "altrimenti ci uccideranno". Tutto ciò mentre la Francia ha messo in moto il meglio dei suoi rapporti con il mondo arabo, con due punti fermi. Non cederà al ricatto dell'Esercito Islamico dell'Iraq (lo stesso gruppo che ha assassinato Enzo Baldoni). Però sfrutterà al massimo la sua politica di opposizione alla guerra in Iraq nel 2003 e la sua contrapposizione internazionale agli Stati Uniti per ottenere la liberazione dei due reporter rapiti venerdì 20 agosto mentre si recavano a Najaf: il 38enne Christian Chesnot di ‟Radio France” e il 41enne Georges Malbrunot di ‟Le Figaro”. La strategia della diplomazia di Parigi è stata ben spiegata ieri dallo stesso ministro degli Esteri, Michel Barnier, che arrivato l'altra sera al Cairo, ha già incontrato il segretario generale della Lega Araba, Amr Mussa. E soprattutto il potente Omar Soleiman, capo dei servizi segreti egiziani, uomo molto vicino al presidente Hosni Mubarak, che ha grande esperienza nelle mediazioni con i gruppi fondamentalisti islamici. "Non abbiamo contatti diretti con i rapitori. Però stiamo esplorando tutte le vie. La nostra ambasciata a Bagdad conosce bene il territorio e i gruppi che vi operano. Siamo fiduciosi", ha spiegato Barnier. Poi l'appello: "Rilasciateli. I due reporter sono uomini di buona fede. Assieme hanno scritto due libri sull'Iraq, hanno sempre mostrato di conoscere il mondo arabo e musulmano. Chiedo la loro liberazione in nome del messaggio musulmano, che per tradizione predica i principi di umanità e di rispetto per la vita". Ieri sera Barnier è poi andato ad Amman, dove il suo collega giordano Marwan Moasher ha già assicurato "la totale collaborazione". Il resto del suo itinerario mediorientale è per ora top secret. Intanto un suo stretto collaboratore al Quay d'Orsay, Hubert Colin de Verdier, è giunto a Bagdad. E i risultati non sono mancati. Nella capitale irachena diverse organizzazioni promettono il massimo della cooperazione. Parigi ha ottimi rapporti con gli sciiti, con l'Iran, e soprattutto con i circoli sunniti legati all'ex dittatura di Saddam Hussein. Il quotidiano ‟Le Monde” riporta che la locale "Lega per la difesa dei diritti del popolo iracheno" avrebbe già ottenuto un primo contatto con i rapitori. Ma la notizia non è confermata dalle fonti ufficiali francesi. Tra gli appelli che arrivano dal Medio Oriente a favore dei due giornalisti si aggiunge quello di Yasser Arafat. Anche gli Ulema, i leader spirituali sunniti, e gli Al Duleimi, uno dei più potenti clan tribali del mondo sunnita iracheno, avrebbero promesso il massimo della cooperazione. Ma il successo più cospicuo sembra la decisione di Al Jazira (la più diffusa nel mondo arabo) di rendere noto un comunicato in cui condanna la cattura dei due giornalisti e in generale di tutti i reporter che operano nella regione. Il ragionamento che va per la maggiore tra i circoli diplomatici a Bagdad è che le mosse di Parigi appaiono a metà strada tra il bastone e la carota. "Se i due reporter verranno assassinati farete autogol", segnalano ai rapitori. La Francia non si tirerà indietro se dovesse pagare una somma ragionevole per il riscatto. Ma se la vicenda dovesse finire tragicamente, come quella di Baldoni, per Parigi sarebbe molto più difficile mantenere la politica di critica agli americani e ai loro alleati in Iraq che ha perseguito sino ad oggi.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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