Di fronte alla spiaggia di Viareggio formicolante di bagnanti provavamo stupore e imbarazzo, come i Barbari di fronte alle Olimpiadi antiche, in cui i Greci gareggiavano nudi. Per i Barbari la nudità era un tabù; lo era anche per noi, abitanti del retroterra. Benché Viareggio distasse meno di dieci chilometri, credo che nessuno dei miei compaesani abbia indossato un costume e fatto un bagno in mare prima degli anni Sessanta. Per noi Viareggio era un po' quel che l'Occidente è oggi per molti arabi: un luogo di corruzione. Del resto le donne del paese portavano per la maggior parte del tempo un fazzoletto sulla testa - una sorta di chador. Per chi, come me, veniva da quell'Italia - un'Italia alla cui esistenza reale è diventato persino difficile credere - la visita di leva era un trauma. Enorme, stupido e indelicato, lo Stato imponeva a tutti i giovani maschi una nudità collettiva. Venivamo messi in fila nudi come vermi, pesati, misurati, auscultati, poi costretti a sfilare davanti a militari in uniforme seduti dietro un tavolo. Ricordo che uno di quegli uomini mi porse un foglio e mi dettò la frase: "Italia, terra di poeti, di navigatori e di santi". Scrivere quelle parole in condizioni di completa nudità mi sembrò la più umiliante delle prove. Consegnato il foglio, ebbi la lancinante impressione di avere commesso, a causa del turbamento, un errore di ortografia. Eppure l'ortografia era anche allora il mio forte! Non si trattava di Abu Ghraib o di Guantanamo, ma non posso pensare alla mia visita di leva senza provare ancora oggi un sentimento di vergogna e di disdoro.
Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti, versiliese collabora al Corriere della Sera.

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