Nate in America negli Anni Venti, in poco tempo le calze velate conquistarono il mondo. Tutte le donne giovani ne vollero subito un paio, tanto in città quanto in campagna. Era la prima volta che nel mondo contadino, dove da sempre dominava il gusto per il pesante e per il grezzo, si desiderava qualcosa di così leggero, di così prossimo all'immaterialità. Quelle calze erano oggetti, ma sembrava che nutrissero l'ambizione di essere niente; e più erano trasparenti e quasi invisibili, più erano desiderate. Naturalmente l'assoluta invisibilità, propria delle cose spirituali, era loro preclusa. La calza velata comportava una riga, cioè una cucitura: la tecnologia non era ancora in grado di produrre un indumento che ne fosse esente. Di conseguenza le righe funzionavano come un certificato: se c'erano, c'era anche la calza, e viceversa. Questo almeno in linea di principio: ma, durante la guerra, quando procurarsi quel simbolo d'eleganza diventò difficoltoso, ci furono donne che ebbero l'idea di dipingere, con un pennellino, la riga della calza sulla gamba nuda. Ci sono oggetti che scompaiono e altri che sopravvivono, ma in un contesto e con connotazioni diverse. Oggi le calze con la riga continuano a circolare, o almeno così mi dicono, anche se, passeggiando per strada, ne vedo di rado. Come le giarrettiere, sono diventate capi di biancheria sexy. Non hanno più niente a che fare con quelle che le contadine del mio paese indossavano la domenica per andare a messa. Anche se la riga era storta e fuori asse e non mancavano le smagliature, quegli indumenti sottili come ragnatele costituivano allora un segno di incivilimento e il presagio di una nuova epoca.
Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti, versiliese collabora al Corriere della Sera.

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