È giallo sulla cattura di Izzat Ibrahim Al Douri. Ieri nel primo pomeriggio l'ex vice presidente di Saddam Hussein e ultimo grande ricercato del periodo della dittatura veniva dato come caduto nelle mani della polizia irachena dal ministero della Difesa e degli Interni a Bagdad. "I nostri uomini l'hanno preso in una clinica nei pressi di Tikrit, 160 chilometri a nord della capitale. Da tempo è malato di leucemia, stava iniziando una trasfusione del sangue. Con lui c'erano molti uomini armati del suo clan. C'è stata battaglia. Una settantina sono morti nello scontro a fuoco, altri 80 sono rimasti feriti. Gli arrestati sono centinaia", confermava poco dopo il comando della Guardia Nazionale, che rappresenta il nucleo del prossimo esercito iracheno. Ma in serata arrivano le smentite. Dal Pentagono affermano di non saperne nulla. E a Bagdad i portavoce militari americani ripetono: "Non lo abbiamo catturato noi e non è in nostra custodia. È possibile che sia nelle mani degli iracheni. Ma non ci hanno informato". E anche Hazim al Shalaan, il ministro della Difesa iracheno contraddice il suo stesso ministero: "Non abbiamo nessuna informazione al riguardo - ha detto il ministro in un'intervista alla televisione libanese ‟Lbc” - quanto attribuito ad una dichiarazione del ministero della Difesa è privo qualsiasi di fondamento". L'annuncio più sibillino arriva dalla Guardia Nazionale, che smentisce se stessa: "Noi non abbiamo partecipato all'operazione". Infine il portavoce del premier iracheno, Taha Hussein, spiega che si attendono i risultati dell'esame del Dna: "Le forze di sicurezza irachene hanno catturato qualcuno che potrebbe essere lui. Le analisi ci daranno la conferma, non c'è ancora nulla di sicuro". Un caso curioso, che rafforza l'aureola di "primula rossa" dell' ultimo uomo forte del partito Baath. Fedelissimo di Saddam, con lui sin da prima del colpo di Stato che li portò al potere nel 1968. Classe 1942, nato nella provincia di Tikrit tra la tribù sunnita degli Eilbu Haidar, dove si trova il cuore pulsante del clan dell'ex dittatore, Izzat Ibrahim Al Douri si era spesso vantato delle sue origini umili. Figlio di un venditore di ghiaccio, solo le acque del Tigri dividevano il loro negozietto dalla casa di Saddam. E qui quest'ultimo trovò rifugio nei primi anni Sessanta, quando era braccato dalla polizia del regime che cercava di rovesciare. Da allora il suo destino è segnato. Nel bene e nel male farà parte della nomenclatura baathista. Perché questo era lo stile del dittatore, legare a sé nel modo più intimo possibile tutti i fedeli della prima ora. Al Douri lo segue sino in fondo. La figlia sarà fidanzata per breve periodo al figlio maggiore di Saddam, Uday. Lui poi la lascia, uno dei suoi tanti capricci, che però secondo le leggi dell'onore locale potrebbe offendere il padre della promessa sposa. Ma Saddam in cambio della pazienza di Al Douri concede che il suo primogenito, Achmed, venga nominato giovanissimo leader del Baath a Kirkuk e nelle regioni settentrionali. Ma il vero premio per Al Douri è la sua carriera al vertice del partito prima e poi delle forze armate. Nel 1988 è tra i dirigenti che pianifica il massacro con le armi chimiche delle popolazioni curde nel nord del Paese. Nel 1991 fa lo stesso contro la rivolta sciita alla fine della prima Guerra del Golfo. Nel febbraio 2003, un mese prima dell'attacco anglo-americano, Izzat Ibrahim Al Douri è nominato comandante in capo delle truppe nello scacchiere settentrionale. A lui il compito di fronteggiare l' attesa rivolta curda e l'invasione. Dopo la guerra è re di fiori nel mazzo di carte dei 55 super-ricercati dagli americani e i loro alleati. Più volte lo danno per spacciato. Ma sono sempre notizie false. Neppure la cattura di moglie e figlia servono a stanarlo. Tra la fine di novembre e i primi di dicembre dell'anno scorso si dice sia stato preso mentre si recava in clinica per curare la leucemia. Non è vero. Il 13 dicembre Saddam è infine catturato alla periferia di Tikrit. Al Douri diventa il ricercato numero uno. Sul suo capo pende una taglia da nababbi. Chi aiuterà a prenderlo "vivo o morto" riceverà sino a 10 milioni di dollari. Si dice sia lui alla guida del movimento della guerriglia e degli attentati terroristici tra Kirkuk e Mosul. Ma con il passare del tempo crescono le voci sul peggiorare della sua malattia. Ci dichiarava ieri Mohammed Abdul Jabbar, direttore di ‟Al Sabah”, uno dei maggiori quotidiani di Bagdad: "Se fosse confermata, la cattura di Al Douri ha un valore più simbolico che altro. Perché lui ormai non aveva alcun concreto rapporto con guerriglieri e terroristi. Però la sua uscita di scena segnala ai nostalgici della dittatura che l'era del Baath è finita per sempre". Nelle prossime ore il giallo sull'identità del prigioniero dovrebbe dunque venire risolto. Nel frattempo la vicenda Al Douri rilancia il dibattito sull'opportunità di anticipare il processo a Saddam e agli altri gerarchi. In luglio sembrava prevalere la tesi per cui avrebbe dovuto tenersi solo dopo le elezioni del prossimo gennaio. Ma ieri il ministro senza portafoglio, Kassem Daud, ha osservato che il processo dovrebbe iniziare "entro poche settimane".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>