Dal momento che "l’eutanasia dei bambini" è - ritengo - la questione "più crudele del mondo", è giusto, e pietoso, che rimanga un tabù? E che relazione esiste tra la persistenza di tale interdizione assoluta e il fatto che l’Italia è il penultimo paese in Europa nel ricorso alle terapie contro il dolore? E che solo il 3 per cento dei malati terminali riceve cure palliative integrate (che prevedano anche assistenza psicologica e sociale)? Che l'eutanasia resti un tabù, l'ha chiesto esplicitamente il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, criticando la decisione del ministro della Giustizia olandese, che autorizza l'interruzione della vita di minori di dodici anni, in presenza di malattie incurabili, capaci di provocare sofferenze non tollerabili. La stragrande maggioranza della classe politica italiana si è detta d'accordo con Sirchia, a eccezione dei radicali e di qualche esponente del centrosinistra. Ma questo compatto rifiuto sembra ignorare due dati di realtà altrettanto ‟crudeli”, che non necessariamente possono far cambiare idea, ma certamente devono indurre a riflettere con serietà e con coraggio. Questi i due dati: 1) lo ‟scialo di morte” che si realizza quotidianamente attraverso le sofferenze inenarrabili inflitte a corpi ‟ischeletriti da sorte nemica” (Dino Campana): ovvero devastati e piagati, abbandonati al dolore e alla solitudine, talvolta ridotti allo stato vegetale, senza che si offra loro il sollievo di terapie analgesiche, di cure palliative e di adeguata somministrazione di oppiacei. In Italia, il consumo di morfina per scopi medici corrisponde a un settimo di quello della Gran Bretagna, a un ottavo di quello di Francia e Stati Uniti, a un decimo di quello dell'Austria, a un dodicesimo di quello del Canada. Tutto ciò in ragione di un tabù altrettanto robusto e resistente: nonostante che ‟il dolorismo può essere appoggiato al cristianesimo, ma non ne è un figlio legittimo” (così il bioeticista Sandro Spinanti), si tende a considerare la sofferenza fisica - in base a considerazioni non solo di natura religiosa - come, se non necessaria, inevitabile. E comunque ‟virtuosa”. Il che, se può sollecitare una preziosa riflessione filosofica, non giustifica in alcun modo, per gli individui in carne e ossa, né il fatalismo della pena senza linimento né l'accanimento della terapia senza esito. 2) La necessità, non rara, che i genitori di minori assumano decisioni capaci di incidere così in profondità - talvolta direttamente - nell'esistenza e nello stato di salute dei figli da poterne determinare la morte: la scelta di dare o non dare una possibilità di vita al feto portatore di gravi malattie genetiche (e, certo, non mi riferisco in alcun modo alle patologie cognitive); il consenso a operazioni chirurgiche con esilissime possibilità di successo; l'adozione o la sospensione di determinate terapie. Tutto ciò accade con notevole frequenza: spesso in piena coscienza, talvolta nella più totale inconsapevolezza dei genitori, non in grado (e non messi in grado) di informarsi adeguatamente. Qualche volta, ancora, si ha una pratica di eutanasia non detta e non riconosciuta: in certi casi pietosa, in altri semplicemente burocratico-amministrativa. Rispetto a tutto ciò, la decisione del ministro della Giustizia olandese può costituire un serio percorso di sperimentazione. E infatti, contrariamente a quanto hanno detto cronache frettolose e commenti sciatti, la decisione adottata in Olanda è tutt'altro che lassista. Il protocollo che disciplina la decisione è assai rigoroso, sottoposto a vincoli particolarmente severi e a procedure estremamente minuziose, tali da limitare il ricorso all'interruzione della vita solo in casi estremi e meticolosamente circoscritti. Si può dire - e non è un paradosso - che rispetto alla pratica attuale, silenziosa e occultata, il numero dei casi di eutanasia legali potrebbe risultare inferiore. Questo è, in ogni caso, l'effetto altamente probabile di tutte le politiche e le normative di legalizzazione. Certo, le comparazioni su un terreno così delicato sono sempre scivolose, ma le statistiche dicono, inequivocabilmente, che la legge sull'interruzione volontaria della gravidanza ha ridotto il numero degli aborti, compresi quelli clandestini. E questa, lungi dall'essere una rilevazione solo quantitativa, rappresenta una significativa opzione morale. Perché questo è il punto: la riduzione della sofferenza quale fondamento etico dell'azione pubblica nella cura del bene collettivo e nella tutela delle scelte individuali. E allora, ‟quando nella vita di qualcuno non c'è altro che una sofferenza infinita, attimo per attimo, se non c'è un altro spiraglio, l'unica scelta di compassione e di pietà è quella dell'eutanasia” (Carlo Flamigni). Sia chiaro: è solo una possibilità, che va sottoposta ai vincoli più stretti e alle condizioni più rigorose, alle procedure più severe e ai protocolli più rigidi. In ogni caso, pochi vi ricorreranno; moltissimi, per profonde convinzioni spirituali o filosofiche, religiose o laiche, scientifiche o ‟umane troppo umane” non vi ricorreranno affatto: e accoglieranno e assisteranno e ameranno malati, adulti o bambini, che vivranno come potranno, nonostante quelle patologie irreversibili e quelle sofferenze intollerabili. Nell'un caso come nell'altro, è probabile che a determinare scelte tanto diverse sia la medesima pietas. Perché, scrive Dostoevskij, ‟esiste una sola cosa al mondo: la compassione sincera”.
Vedete bene che il problema non è, certo, quello di schierarsi a favore o contro.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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