"Le due Simone": così come sono conosciute le due operatrici umanitarie tra la piccola comunità di colleghi e giornalisti internazionali che ancora lavora nel Paese. La loro teoria era e resta che proprio la militanza nel movimento pacifista, nei gruppi schierati della sinistra italiana, garantiva l'immunità. Ma Simona Torretta era ancora scossa. Si trovava nel giardino quando era scoppiato l'ordigno. Era stata schivata dai vetri infranti del suo ufficio, dalle schegge di legno e ferro. Per tutta la notte non aveva dormito. Poi, il giorno dopo, era caduta in una specie di letargo liberatorio. Vegliata da Simona Pari, che dall'ufficio al piano terra saliva nelle loro stanze per verificare che andasse tutto bene. Alla fine, ieri pomeriggio, avremmo dovuto incontrarci ancora per parlarne. La Pari si stava convincendo che magari per qualche tempo ci si poteva spostare per la notte all'hotel Al Fanar, lo stesso dove si trovava la sede del "Ponte per..." durante gli anni della dittatura e dove la Torretta era rimasta anche nel mese del conflitto del Golfo e nei primi tempi del dopoguerra l'anno scorso. Una zona meno isolata, proprio di fronte ai posti di blocco che immettono nel compound protetto tra gli hotel Palestine e Sheraton. "Non siamo certo un obiettivo del terrorismo. Però magari andare all’hotel Al Fanar aiuterà a dormire", diceva. Di sicuro non sarebbe mai andata al Palestine. "Ci vivono i contractors americani, è presidiato da marines e poliziotti del governo Allawi. Noi del "Ponte per..." non potremo mai convivere o farci difendere da quella gente", aggiungeva subito dopo.
I fatti provano che comunque non sarebbe servito. I rapitori ieri hanno agito in piena luce del giorno qui nel centro di Bagdad, a dieci minuti d'auto dall'hotel Palestine. Se anche "le due Simone" avessero deciso di andare all’albergo Al Fanar per la notte, sarebbero comunque state sequestrate prima. Perché, cadesse il mondo, il loro ufficio non avrebbe chiuso. Avrebbero lavorato sino a sera, sino al sopraggiungere del buio, quando anche gli iracheni più coraggiosi se ne restano tappati in casa per paura di scontri, fucilate, proiettili vaganti e rapimenti. Se ne erano andate via per un mesetto, durante i gravi scontri militari a Najaf, Falluja e Sadr City in aprile. Si erano fermate ad Amman. Ed erano tornate a Bagdad con fortissimi sensi di colpa ai primi di giugno. "Chi si occuperà delle nostre scuole? Cosa penseranno i nostri bambini? Come reagirà il nostro personale iracheno", ripetevano decise a non prendersi neppure le vacanze estive. Un senso di missione fortissimo, di cui sono consapevoli anche coloro che le hanno nelle loro mani.
Perché tutto lascia credere che il gruppo dei sequestratori abbia studiato l'azione nel dettaglio. Saranno stati venti. "Sono entrati con i mitra spianati e alcuni sfollagente del tipo che rilascia scariche elettriche per paralizzare la gente. Un blitz rapidissimo. Erano una decina, ma fuori abbiamo visto altri uomini armati in tre automezzi, due gipponi e una station wagon. Avevano le foto delle due Simone e una scheda segnaletica. Hanno chiesto a tutti i nomi. Non volevano commettere errori. A un certo punto hanno anche detto che erano agenti del governo di Iyad Allawi. Erano vestiti da paramilitari, maglietta nera, giacca scura e pantaloni beige. Meno di cinque minuti ed erano fuori...". Il racconto è di Hanan, 25 anni, irachena che da anni lavora al "Ponte per...". I vicini aggiungono dei particolari: "Le due ragazze escono senza reagire. Non parlano, non cercano di scappare. Nella stanza dell'ufficio al piano terra, dove le prendono, si rannicchiano contro il muro, si abbracciano spaventate. Poi seguono i rapitori armati. Una volta per la strada vengono scaraventate di peso nelle auto che sgommano via a tutta velocità".
Con loro viene presa anche un'irachena, che lavora per Intersos, l'altra organizzazione umanitaria italiana con il quartier generale nella stessa villetta. E viene preso Raad Ali Abdul-Aziz, un ingegnere di 35 anni che era stato assunto da poco al "Ponte per...", ma di cui tutti andavano particolarmente fieri. Ottimo in inglese, bravo nelle situazioni difficili, come organizzare convogli per il rifornimento d’acqua a Falluja o di medicinali a Najaf. Sfugge alla cattura Marco Buono, l'unico italiano che lavorava per Intersos. Era partito domenica per una vacanza di due settimane in Italia. Carattere calmo, tranquillo, con la barba lunga passa facilmente per iracheno. "Parto e torno. Ho in ballo grandi programmi di sminamento in tutto il Paese. Non posso assentarmi troppo a lungo", aveva spiegato.
Per i rapitori comunque tutto facile, tutto semplice. Il portone di ferro che immette nel giardinetto delle due organizzazioni umanitarie è sempre aperto a tutti, senza distinzione. Fuori un vecchio generatore fumoso fa un fracasso d'inferno. Nel giardinetto, una piccola oasi di pace. I bambini del vicinato vengono a giocare sull'erba verde. Simona Pari ci ha messo un dondolo e uno scivolo. La sua bambina preferita, Cathrine, la figlia di quattro anni della vicina, ci trascorre pomeriggi interi. È vero, vicino alla porta dall'autunno scorso ci stanno un paio di anziani iracheni con il titolo molto pomposo di "guardie". I loro fucili stanno appoggiati dietro a una colonna. Ma tutti sanno bene che sono più una presenza simbolica, certo non un deterrente. E infatti ieri nessuno ha sparato neppure un colpo, nessuno ha opposto resistenza.
Chi sono i sequestratori? "C'è da sperare siano criminali comuni. Sarebbe solo una questione di soldi", ripetono i collaboratori locali.
Ieri sera si parlava già di "possibili contatti per un riscatto". Ma tutto resta confuso. Il caso sarebbe molto più complicato se fossero gruppi del terrorismo o della guerriglia.
C'è anche il rischio che gli ostaggi possano essere "venduti" tra gruppi diversi, come è avvenuto per tanti casi di stranieri presi in ostaggio negli ultimi mesi.
Comunque triste e paradossale per queste due ragazze che sempre, anche negli ultimi mesi in cui la tensione era aumentata, ripetevano di sentirsi "sicure, tranquille". Simona Torretta è la "pasionaria" di un "Ponte Per...". Oggi tra le sue tante attività spicca il suo fiore all'occhiello: il ripristino della grande biblioteca di Bagdad, saccheggiata e bruciata nell'aprile 2003. A giugno mostrava felice e fiera la stanza dei computer e gli archivi ripristinati grazie a un contributo della Regione Lombardia. Durante la guerra si era offerta volontaria per restare "con gli iracheni, condividere le loro sofferenze, denunciare l'aggressione americana". In verità sapeva anche lei che le attività normali della sua organizzazione erano per forza di cose bloccate. Ed era pronta a tacere le angherie del regime di Saddam, le ingiustizie palesi, tutte le difficoltà possibili e immaginabili (non ultima la corruzione), pur di continuare a stare in Iraq.
Un dilemma consueto per le organizzazioni umanitarie che operano nelle dittature dei Paesi in via di sviluppo: quanto è lecito accettare il compromesso con il potere pur di aiutare i civili? E per lei non c'è dubbio che l'opera umanitaria abbia la precedenza, sempre e dovunque. A questo si aggiunge la profonda convinzione che la guerra americana è stata e resta ingiusta. Gli attivisti del movimento pacifista che si sono avvicendati nella villetta del "Ponte per..." avevano anticipato di mesi le rivelazioni sulle torture ai prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib. Al tavolo con le "due Simone" hanno seduto per lungo tempo anche i militanti di "Occupation watch", dediti anima e corpo a denunciare le vittime della presenza statunitense nel Paese.
Simona Pari crede invece prima di tutto nella sua missione tra i bambini di Bagdad. E' il motore primo del complesso meccanismo messo in moto dal "Ponte per..." finalizzato a rimettere in sesto una quarantina di scuole nella regione di Bagdad. Già in marzo aveva iniziato i lavori pratici grazie alle offerte raccolte in Italia e ai finanziamenti delle grandi agenzie umanitarie internazionali.
Con la fine della presenza dell'Onu, dopo gli attentati dell'agosto scorso, sul campo erano rimaste solo le piccole organizzazioni umanitarie non governative. Come mossa iniziale aveva portato un gruppo di pagliacci nelle scuole elementari di Sadr City, il centro povero e violento dei due milioni di sciiti a Bagdad.
"Altro che gli americani. I loro contractors sono corrotti, i loro lavori pubblici sono fatti male. Le scuole che dicono di aver messo a posto restano ruderi, con le finestre rotte e i servizi igienici malconci. Le nostre sono molto meglio e con spese infinitamente minori", osservava. E c'erano i programmi di aggiornamento per gli insegnanti, i corsi sui diritti umani per bambini e donne. "Qui in Iraq e in genere nella regione non c'è alcuna cultura dei diritti umani", aggiungeva. Minacce? Solo qualche avvertimento di fare attenzione in un Paese scosso dalla paura, dal banditismo, dalla crescita del terrorismo cieco. "Cose normali. Nulla di serio", diceva lei. Aveva però adottato un provvedimento intelligente. Si vestiva "all'irachena", con tanto di velo nero sulla testa, sandali di plastica da quattro soldi, e tuniche sformate, morigerate. Un grosso salto culturale per una ragazza di 29 anni nata e cresciuta tra la buona società di Rimini.
E uno sforzo apprezzato. Gli sceicchi di Sadr City l'hanno ringraziata più volte. "Sei proprio un'irachena. Magari prenderai il passaporto, ti sposerai qui e farai tanti figli come le nostre donne", le dicono scherzando. Ha pure iniziato a studiare arabo, anche se non è sufficiente per comunicare con i rapitori. Per lei sono tante piccole vittorie quotidiane: essere accettata e ascoltata in questa società traumatizzata e tanto diversa dalla sua di origine. Oggi c'è da sperare che tutta questa rete di conoscenze e contatti maturati nel quotidiano possano intervenire.
Ancora nell'ultimo fine settimana erano venuti in tanti a vedere i danni della bomba nel giardino dei vicini e rassicurarle. "Non era contro di voi. Si tratta di un errore. Ogni notte a Bagdad muore tanta gente per errore", avevano detto per consolarle. E anche l'ambasciata italiana a Bagdad non segnalava pericoli particolari. "Basta che non usciate dalla città. E neppure dal vostro ufficio", avevano consigliato dopo l'omicidio di Enzo Baldoni.
Ma certo anche la morte di Enzo e del suo autista di origine palestinese, Ghareeb, pesava come un macigno. Agosto è stato un mese difficile per chiunque sia stato in Iraq. Enzo era passato da loro, prima di partire con la Croce Rossa per Najaf. E con la sua vicenda qualche cosa si era inceppato nel sistema di difese psicologiche dei volontari umanitari. "Perché lo hanno ucciso, se era contro la guerra e contro gli americani?", si chiedevano inquiete le "due Simone". Ma dopo tutto lui era rimasto nel Paese solo 15 giorni. Loro molto di più. Si rassicuravano così, cercando comunque di trovare il lato positivo, l'elemento vincente che le avrebbe distinte nel momento del pericolo. Come se con i guerriglieri, i terroristi, gli scontenti e le bande di ladri fosse ancora possibile ragionare con un minimo di razionalità. E, in fondo, come dar loro torto? Avevano deciso di restare in Iraq, costi quello che costi, in contatto strettissimo con la comunità irachena.
Sino a criticare la Croce Rossa italiana che da tempo si è chiusa nell'ospedale dove lavora, ha ridotto il personale ed evita di uscire tra la gente. Meglio allora illudersi. Se fossero vissute nel terrore sarebbe stato impossibile operare. Speriamo ora che il loro inguaribile ottimismo venga premiato.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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