Ma chi ha davvero in mano i due giornalisti francesi? Venerdì scorso anche il Quay d'Orsay lasciava credere che Georges Malbrunot e Christian Chesnot fossero stati consegnati dai rapitori originari, i fondamentalisti dell'Esercito Islamico dell'Iraq, a un gruppo di mediatori. Forse criminali comuni, faccendieri a caccia di taglie, o forse moderati legati agli Ulema (l'assemblea dei leader religiosi sunniti) che avevano ascoltato la pletora di appelli per la liberazione. "Sono sulla via della libertà, 40 o 50 chilometri dall'aeroporto internazionale di Bagdad", ripetevano da Parigi. Una precisazione che però significa tutto e nulla. Perché comprese in quel raggio sono anche l'enclave violenta di Falluja (dove tra l'altro vennero tenuti gli ostaggi italiani in aprile) e quella di Mahmudia-Latifiya, dove si crede sia stato catturato e assassinato Enzo Baldoni. Comunque il ministro degli Esteri Michel Barnier si sentiva in grado di poter affermare che i due "stanno bene e sono trattati correttamente". Una dichiarazione che oggi, alla luce del nuovo ultimatum, viene messa tragicamente in dubbio. Come possono essere trattati correttamente se entro 48 potrebbero venire uccisi, magari barbaramente decapitati? La prudenza è necessaria. Poco o nulla prova per il momento l'autenticità del comunicato. Se fosse autentico, vorrebbe inevitabilmente dire che i due reporter di ‟Le Figaro” e ‟Radio France” Internationale sono ancora nelle mani del gruppo terrorista che li ha catturati il 20 agosto. O comunque di un'organizzazione molto simile per metodi e ideologia. Sabato a Bagdad era diffusa la convinzione che fosse ormai solo una questione di soldi. E che in effetti il personale dell'ambasciata francese fosse impegnato nella trattativa con i mediatori. Sappiamo per certo che i francesi avevano attentamente evitato ogni contatto con gli americani, con le autorità del governo Allawi e anche con gli 007 italiani, che pure hanno maturato una certa esperienza sul campo con la liberazione in giugno di Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio, oltre al recupero dei resti poche settimane prima di Fabrizio Quattrocchi. Il ragionamento è semplice: punto di forza della trattativa francese con i rapitori è stata la sua distanza dagli americani e i loro alleati in Iraq. Dunque non esiste opzione militare. Ma ora si rafforza l'impressione che i rapitori vogliano giocare al massimo la carta del contrasto tra Washington e Parigi. Accusano i militari americani e la polizia del governo Allawi di aver lanciato le ultime operazioni belliche a Falluja e Mahmudia-Latifiya per boicottare la resa degli ostaggi. E gli Ulema a Bagdad ripetono volentieri queste proteste. Non è neppure da scartare l'ipotesi che il massacro della scuola in Ossezia abbia radicalizzato gli islamici in Iraq. Se così fosse, la sorte dei due francesi resta appesa a un filo.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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