C'è il suo sorriso in mezzo ai bimbi della scuola di Bagdad nella foto che ieri l'associazione "Un ponte per..." ha voluto distribuire alla stampa. Sorride Simona Torretta, un bimbo tra le braccia, un orsacchiotto tra le braccia di questo bimbo iracheno. "Lo fa sempre Simona. Di sorridere, intendo. È una ragazza estremamente solare, con una grande qualità e capacità: di lasciar fuori le cose brutte dalla sua vita". Manuela con Simona ha diviso gli anni dell'università, gli studi di Antropologia che all'università di Roma vogliono dire i bei giardini di Villa Mirafiori e adesso Manuela ricorda la passione di Simona per quell'esame sulle culture mediterranee che, a pensarci bene, è semplicemente la storia della sua vita. Esile, iperattiva, scura di occhi e anche di capelli: basta guardarla Simona per capire il suo amore per quelle culture calde del mediterraneo e del Medio Oriente, con i suoi vestiti etnici e gli orecchini grandi e arabeggianti, come le collane e i bracciali che indossava. Quando frequentava l'università era andata anche alla moschea per seguire un corso di arabo e l'impegno era sempre quello, intenso e di passione, che aveva messo in tutti i suoi studi, a cominciare dal liceo. "Amava molto studiare. Amava molto anche la storia, quella moderna, però" ricorda ancora Manuela, parlando di un'amica che non ha più visto da quando lei ha lasciato l'università per via dell'arrivo della sua bimba Maria, mentre Simona l'avrebbe abbandonata per l'arrivo delle nuove bombe in Iraq, nel marzo del 2003.
Cominciano presto i rapporti di Simona Torretta con l'Iraq. Non aveva vent'anni Simona quando, dieci anni fa, è partita la prima volta per Bagdad e ancora non aveva conosciuto gli amici di "Un ponte per...", l'associazione che sarebbe poi diventata l'altra parte della sua vita. Non avrebbe mai smesso di tornarci in Iraq, avanti e indietro a intrecciare fili di storie e di rapporti che nell'ultimo viaggio l'avrebbero portata a essere capo della sua missione. "Non poteva non colpire il suo rapporto con la gente del posto" racconta Stefano Rebora, un volontario dell'associazione "Music for peace" che è stato con lei a Bagdad nel 2003. E spiega: "Era bello vederla muoversi tra la gente di Bagdad. La rispettavano tutti per via del suo carisma che era decisamente tangibile". Esile e carismatica. "Frenetica, mi verrebbe da dire: ogni volta che la incontravi stava sempre andando da qualche altra parte, a fare qualche altra cosa". Ma non era sfuggente Simona: ci tiene molto Manuela a sottolinearlo. "La verità è che Simona ha una capacità enorme di ascoltare: quando parli lei ti guarda negli occhi e tu hai la sensazione di esistere soltanto tu. Poi ti consiglia e ti accorgi che i suoi consigli sono davvero il frutto di un ascolto sincero, partecipato, intenso". Non se lo era inventato dal nulla quel suo lavoro di andare nelle parti del mondo ad aiutare la gente che soffre davvero. "Non riesco a ricordarmi altri interessi particolari che non fosse l'amore per le culture diverse e l'aiuto per gli altri" dice ancora Manuela. E aggiunge: "La sensazione è che la sua vita fuori dall'università fosse praticamente tutta dentro l'associazione". Certo c'erano anche gli amici, ma anche quelli ruotavano un po' tutti sul mondo del volontariato e del pacifismo. Poi arrivò anche la passione del giornalismo, qualche collaborazione con ‟il manifesto” e con il settimanale ‟Carta”, sempre sui temi a lei cari della politica estera. E qualche storia d'amore, vissuta con la stessa forza della passione, motore immobile della sua vita, con nessuna storia che sia diventata fino ad oggi un legame stabile e costante. Il suo legame oggi era con i disperati dell'Iraq. I suoi bambini senza nulla e con tanto dolore, dei quali parlava e sognava di occuparsi fin dai tempi dell'università. Certo, a quei tempi amava molto anche il cinema e il teatro Simona Torretta, diplomata all'Accademia delle Arti di Roma, ma quando doveva scegliere un locale dove passare una serata di svago era quasi sempre un locale etnico, per il cibo, la musica, la compagnia. Ha due sorelle Simona, Laura ed Emanuela, tutte e due più piccole di lei. Vive con loro e con la mamma Annamaria, quando non vive con i suoi bambini dell'Iraq. "È diversa Simona da noi, così frenetica e al tempo stesso tranquilla. Sempre tranquilla e tranquillizzante quando parla del suo lavoro", dice ora Laura, appena di un anno più piccola di Simona. E poi spiega: "Quando i rapitori hanno ucciso Enzo Baldoni, un uomo di pace, noi qui ci eravamo preoccupate. Molto preoccupate. Ma lei nulla. L'abbiamo sentita due giorni fa. Ci ha detto: ‘State tranquille, davvero. Qui non può succedermi nulla. Mi conoscono tutti. Mi vogliono bene’". Tiene fuori le cose brutte dalla sua vita quando parla con gli altri Simona Torretta. Come fece tre anni fa, quando suo padre morì. Qualcuno dice che la morte arrivò dopo una lunga malattia, ma la verità è che chi le stava vicino in quei giorni non riesce a ricordare nessun racconto di una malattia di suo padre: non ne parlava Simona. Risparmia le cose brutte agli altri. Per loro Simona ha solo amore, consigli. E i suoi sorrisi.
Alessandra Arachi

Alessandra Arachi

Alessandra Arachi, nata a Roma nel 1964, giornalista al “Corriere della Sera”, con Feltrinelli ha pubblicato: Briciole. Storia di un’anoressia (1994), da cui è stato tratto l’omonimo film per tv con la regia di Ilaria Cirino (2004), Leoncavallo blues (1995), Unico indizio: la normalità. L’Italia a sud dell’Italia (1997), Coriandoli nel deserto (2012). Ha pubblicato inoltre Non più briciole (Longanesi 2015), Lunatica. Storia di una mente bipolare (Rizzoli, 2006) e il romanzo E se incontrassi un uomo perbene? (Sonzogno, 2007).

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