Giungono le prime notizie sul rapimento di Simona Torretta e di Simona Pari, le due giovani donne italiane che svolgevano rischiosa e coraggiosa opera di volontariato in Iraq, per l’organizzazione ‟Un ponte per...” e che sono state prelevate come si usa dove regna il banditismo: nel loro ufficio di Baghdad, in pieno giorno, in pieno centro. Qui al giornale abbiamo ricevuto telefonate della Bbc, di giornali e televisioni americane, di colleghi di tutta Europa. Sapevano che sono state sequestrate due giovani donne portatrici di pace. Da giornalisti volevano sapere che cosa farà adesso il governo italiano. Abbiamo detto che non lo sappiamo, che alle sei di sera non avevamo ancora ascoltato o letto parole che siano almeno di incoraggiamento e conforto per le ragazze rapite e per le loro famiglie. Abbiamo però evitato di citare Sandro Bondi, che invita a stringerci comunque intorno al governo, senza avere ascoltato dal governo una sola voce, senza che ci sia stato detto nulla di ciò che il governo intende fare. Con preoccupazione abbiamo letto le parole, certo non adatte al tremendo momento, del Presidente Casini che sceglie di entrare nelle tensioni interne della politica italiana, con la domanda: "E questa la chiamano resistenza?". Decide dunque, in ore come queste, di chiamare in causa eventuali sostenitori italiani dei rapimenti e del terrorismo (ma allora perché non indicarli per nome?) invece che includere coloro che sono impegnati in ogni sforzo per liberare la Torretta e la Pari, ma si uniscono anche alla richiesta appassionata di porre fine a una guerra sempre più feroce e insensata.
Il Presidente Casini ci ha anche detto che con un simile terrorismo non si verrà mai a patti. Lo ha detto al buio, mentre non sappiamo di chi e di che cosa si parla. Non sarebbe stato meglio rassicurare i cittadini e promettere che - quando si tratta di salvare vite - l’Italia non sarà seconda alla Francia, che - sia pure fra i sarcasmi della nostra destra (ma non della destra americana) - ha mobilitato tutto il mondo arabo per i suoi due giornalisti, mostrando che due vite valgono di più di tutte le più nobili dichiarazioni?
Tutto ciò avviene nell’ostinazione immensamente pericolosa del non capire che cosa sta veramente accadendo in Iraq. Eppure Paul Krugman, l’editorialista del ‟New York Times”, lo spiega su quel giornale il giorno 5 settembre. Spiega ciò che esperti militari statunitensi e gruppi autorevoli (e conservatori) come il ‟Center for Strategic Studies” di Washington, hanno fatto sapere da tempo: "Le truppe americane stanno cedendo ogni giorno terreno ai rivoltosi nelle zone urbane. Mentre l’attenzione del mondo intero è puntata su Najaf, tutto l’Iraq occidentale è caduto saldamente sotto il controllo dei ribelli. I rappresentanti del governo installato dagli Stati Uniti sono assassinati o giustiziati. Altre città (come Samarra) sono anch’esse cadute in mano degli insorti, gli attacchi agli oleodotti si vanno moltiplicando e l’esercito del Mhadi resta saldamente al comando di Sadr City, periferia di Baghdad, e dei suoi due milioni di abitanti". Spiega ancora il docente di Economia della Princeton University divenuto editorialista del ‟New York Times” per dire alcune verità su questa spaventosa guerra: "Per molto tempo chiunque avesse avanzato una analogia con il Vietnam è stato oggetto di derisione. Adesso i più seri analisti che si occupano di sicurezza hanno iniziato ad ammettere che l’obiettivo di un Iraq democratico filo-americano è ormai fuori portata".
Ieri abbiamo letto su una nota dell’agenzia ‟AdnKronos” che il direttore del Sismi, nella stessa giornata del sequestro di Torretta e Pari avrebbe detto che c’era il pericolo di rapimento di donne in Iraq. Se lo ha detto prima del tremendo evento di oggi, perché non ha agito e subito? E come mai nessuno, nel governo attorno al quale oggi dovremmo unirci, ha fatto caso alle richieste insistenti e ripetute da tutta l’opposizione in aprile di ritirare al più presto i civili dall’Iraq? Lo ha detto Angius il 15 aprile, lo ha ripetuto Intini il 26 aprile, lo hanno chiesto ancora e ancora Fassino, Bertinotti, Pecoraro Scanio, tra aprile e maggio. La risposta è stata scherno o silenzio o distrazione. Naturalmente i civili possono decidere di restare, ma fa differenza sapere dal proprio governo che c’è una guerra in corso. E non sarebbe toccato al governo difendere volontarie che cercano di portare pace e fanno onore al Paese? Eppure c’era il tempo per capire che cosa stava davvero accadendo, per smetterla con la finzione della vittoria, della svolta, del governo iracheno che controlla il Paese.
Adesso si susseguono dichiarazioni come "dobbiamo unirci contro il terrorismo". Ma poi si dichiarano nemici coloro che si oppongono alla guerra perché la guerra moltiplica il terrorismo. Si ammonisce "nessuno strumentalizzi questa vicenda". Significa approvare tutto, anche prima di sapere che cosa. Eppure noi non chiediamo di meglio che dover scrivere, nei prossimi giorni, che il governo è stato tempestivo, efficace, esemplare. Perché vogliamo rivedere in Italia sane e salve Simona Torretta e Simona Pari, e vogliamo poter dire che si è fatto bene e si è fatto di tutto, e saremo felici di dirlo.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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