Il rapimento di due volontarie pacifiste a Baghdad e di due cooperanti iracheni (insieme all'uccisione di Baldoni e dei nepalesi e anche al rapimento degli inviati francesi) costituisce un capitolo nuovo e largamente oscuro della terribile storia irachena. Che questo tremendo avvertimento al pacifismo e ai neutrali provenga da ambienti terroristici oppure da forze ancora più misteriose e doppiogiochiste, in ogni caso il suo significato è chiaro: legittimare il terrorismo come sola forma di opposizione agli anglo-americani e al governo da loro insediato. E analogo è il significato dell'orrore di Beslan, fare del conflitto tra Putin e gli estremisti ceceni la sola chiave di lettura di ciò che sta avvenendo a Grozny e dintorni. In entrambi i casi si tratta di realizzare militarmente il conflitto di civiltà tra Noi e Loro. Ma l'emozione e lo sconcerto in cui si trova obiettivamente il movimento di opposizione alla guerra non deve fare scordare, neppure per un momento, il quadro politico globale in cui questi fatti (e altri che inevitabilmente seguiranno) si collocano. Non la guerra è la risposta al terrorismo, ma è questo a costituire la risposta perversa alla guerra. Una risposta che può avvenire dopo anni, contro gli stessi che avevano scatenato le forze fondamentaliste in Afghanistan (non dimentichiamo che Osama e talebani sono anche figli delle politiche Usa), oppure dopo pochi mesi, come in Iraq - sinistro commento alla tronfia dichiarazione di Bush che "la missione è compiuta". E questo vale anche per la Cecenia, dove la repressione dei russi, con la distruzione delle città e la morte di decine di migliaia di civili - uomini,donne e bambini - è la fonte dell'odio cieco e criminale che oggi si riversa contro uomini, donne e bambini russi.
Ricordare questa relazione banale tra causa ed effetti significa cercare alibi al terrorismo? No, significa non farsi catturare dall'equivoca unanimità con cui le nuove sciagure sono accolte in occidente e soprattuitto in Italia, che - non dimentichiamolo mai - è tra i responsabili di prima fila dell'orribile pasticcio iracheno: il nostro governo, non certamente la grande maggioranza dei suoi governati, ha appoggiato l'invasione, contribuendo a rompere una possibile posizione comune dell'Europa, ha sostenuto gli Usa senza se e senza ma, insiste a mantenere le nostre truppe in Iraq e tiene cocciutamente la testa sotto la sabbia chiamando missione di pace un intervento militare in un paese devastato dalla guerra.
Ma non si tratta di ricordare solo delle responsabilità storiche che stiamo pagando (e probabilmente pagheremo ancora). Si tratta di leggere una realtà per quello che è e non con gli schemi iper-semplificati e falsi che fanno comodo agli invasori e ai loro equivoci oppositori, i terroristi. Una realtà in cui operano i terroristi, ma anche gruppi di resistenza che praticano la guerriglia e non il terrorismo - gruppi, tra l'altro, che hanno già condannato i rapimenti e le esecuzioni degli ostaggi. Una realtà in cui la grande maggioranza della popolazione è contro l'invasione ed è al contempo orrificata da atti che ne minacciano il diritto alla riconquista delle proprie sorti e della propria autonomia, foss'anche attraverso l'aggregazione religiosa.
Con i rapimenti e la morte di innocenti amici della pace l'occidente paga la stoltezza della sua politica complessiva. Allora, pur nella condanna di queste atrocità, non limitiamoci a esecrazioni generiche, non accettiamo equivoci abbracci da un governo che cerca solo di condividere con l'opposizione, e magari con il resto del paese, le conseguenze delle sue politiche fallimentari e dilettantesche. Ricordiamoci che là, in Iraq, con scopi abietti e giustificazioni false, una coalizione militare, che è responsabile prima e ultima di tutto questo, occupa un paese che non vuole essere occupato. Se potessero parlarci, le persone di pace che oggi stanno rischiando la vita, ci direbbero di non deflettere da una volontà di pace, e di fine dell'occupazione, che è quella della grande maggioranza dei cittadini europei. Gli spagnoli hanno pagato un prezzo terribile, ma hanno capito. E così i francesi. Restiamo anche noi fermi, con le donne sequestrate, nella condanna di questa guerra sciagurata.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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