Immaginate una bellissima chiesa stracolma di gente in ascolto. Immaginate la piazza stracolma. Immaginate le persone sedute per terra, sul marciapiede, appoggiate ai muri, assiepate intorno alle aiuole, sedute sulle biciclette, sulle vespe e sui motorini. Coppie, gruppi, singoli con il cane al guinzaglio. Immaginate che non sia immaginazione ma realtà. Ieri sera, alla Basilica di Santa Maria delle Grazie, lo scenario era questo. Con la voce calda e pacata di Vittorio Sermonti che raccontava il Purgatorio di Dante. Prima di una serie di 33 serate, quante sono le puntate della seconda cantica dantesca. Duemila persone. Impiegati, avvocati, professori, studenti, operai, casalinghe, commercialisti, bancari, infermieri, medici. Uomini e donne, e anche bambini. Perché? Per curiosità, per voglia di imparare, per il desiderio di ascoltare, di capire ciò che a scuola non abbiamo capito, di risentire la voce di Dante dopo molti anni dal liceo, di approfondire concetti dimenticati. Duemila milanesi in coda. Per condividere le stesse particelle d'aria di altri interessati alla poesia, è stata una bella frase. "Amico mio plurale di Milano". Così ha cominciato Sermonti. E via, con calma, prima della lettura, a raccontare il perché e il per come. Che cos'è questa montagna di risulta che chiamiamo Purgatorio? Perché Dante l'ha scoperto e non inventato? Dove sta la sua misteriosa popolarità di esule? E cosa ci fa Virgilio? E Catone? E Sordello? Dopo l'Inferno dello scorso anno, Progetto Telecom Italia riparte dal Purgatorio. "Via Dante"? No: "Rimani Dante". La pubblicità con cui si congedava dalla lettura dell'Inferno già prevedeva, ironicamente, un seguito. E non poteva essere diversamente, visto che la città di Bonvesin e Manzoni ha mostrato di gradire. Non più il solito Luca Signorelli che ritrae il Divin Poeta chino sui suoi manoscritti o il profilo arcigno dipinto da Raffaello per la Stanza della Segnatura in Vaticano. E neanche Salvador Dalì o l'inflazionato Doré. Quest'anno l'iniziativa è stata presentata con l'immagine di un pass all areas che porta la fotografia formato tessera di Vittorio Sermonti "nostro inviato in Purgatorio". Come dire: per cambiare la percezione della Commedia, bisogna innanzitutto rinnovarne l'iconografia. Ed ecco, questa volta, il volto chiaro e sornione del "nostro inviato" Sermonti, colui il quale, negli ultimi anni, con ostinazione e puntualità, è riuscito più di altri (persino più di Benigni) ad avvicinarci al Poema. Il fatto più sorprendente è che tutto ciò avviene con la sola forza della voce, che è per metà la voce di Dante e per metà quella di Sermonti stesso. Il quale, come si sa, lavora da vent'anni al Poema. Ogni tanto, dice persino di sentirsene prigioniero. In effetti, è difficile che non lo sia chi, come lui, ha lavorato a vari commenti della Commedia con la perizia dello studioso e insieme con l'intento di rivolgersi al grande pubblico. Impresa temeraria, e caso più unico che raro, in un Paese che separa nettamente gli specialisti accademici dai divulgatori. Fu lo stesso Sermonti a raccontare di un'estate del '40 in cui un ragazzo di undici anni ascoltava suo padre leggere ai fratelli maggiori l'Inferno. Quel ragazzino era lui e le estati seguenti l'esperimento fu ripetuto con le altre due cantiche. Dopo cinquant'anni, l'obiettivo del commento che Sermonti mandò alle stampe con la supervisione niente meno che del massimo filologo, Gianfranco Contini (e poi di Cesare Segre), era di "consentire a un qualsiasi italiano dotato di cultura media, intelligenza e un po' di passione di percorrere il più gran libro scritto in italiano senza interrompere continuamente l'avventura...". Nessun apparato. Solo il racconto che precedeva ogni canto, da consegnare nudo e crudo ai volonterosi lettori. Prendere o lasciare. E il pubblico, già allora, decise di prendere. Per puro piacere, come è accaduto ieri alle duemila persone di Santa Maria delle Grazie. Dunque, Sermonti si merita a pieno titolo la qualifica di "nostro inviato in Purgatorio". Lui in Purgatorio c'è stato davvero. Il poeta russo Osip Mandel'stam diceva che leggere Dante è una fatica interminabile: "Se la prima lettura dà soltanto il fiato corto e una sana stanchezza, per quelle successive bisogna provvedersi d'indistruttibili scarponi ferrati". Parafrasando Mandel'stam, si può solo immaginare la quantità di suole di cuoio e di sandali consumata da Sermonti viaggiando su e giù per i "sentieri da capra" della Commedia. L'inviato ci consegna quegli stessi bollettini di guerra, complessi e tormentati, che i canti di Dante per tanto tempo gli hanno fornito. Se non fosse che viviamo in un periodo terribile che non permette facili metafore, si direbbe che Sermonti è un inviato di guerra. Nelle zone belliche inventate dal Poeta. In guerra però, si sa, non si accede con il pass. Speriamo che il pubblico di Santa Maria delle Grazie si impossessi per qualche sera del lasciapassare all areas di Sermonti. E che ne esca con quella "sana stanchezza" che fa venir voglia di indossare gli scarponi ferrati.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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