Non avrebbe mai immaginato, Teresa Cordopatri dei Capece, che dopo aver difeso coi denti i beni della propria famiglia, dopo aver visto - a causa di quei beni che facevano gola alla n'drangheta - assassinare il fratello Antonio, dopo una battaglia lunga trent'anni e costellata di ben undici attentati, non avrebbe immaginato che quei beni, la casa degli avi col carico di affetti e ricordi, sarebbe stata messa in discussione oggi non dalla mafia, ma da quella stessa legge cui lei si rivolse per avere giustizia. È atroce la storia della baronessa Cordopatri, eroina calabrese degli Anni Novanta e simbolo della resistenza all'illegalità della società civile. Fa una certa impressione sentirgliela raccontare, com'è avvenuto ieri durante un incontro coi giornalisti nella sede della ‟Stampa Estera”, come si trattasse di una "straniera" in cerca di asilo. Ha letto, donna Teresa, perchè l’emozione e la scarsa attitudine alla comunicazione le impedivano di andare a braccio. Ha letto a voce bassa, come parla chi ha ricevuto una buona educazione. Aveva accanto due professori di diritto, Giuseppe Bernardi e Francesco Petrino e, di fronte, in prima fila, Angelica Rago, la cugina rimasta l'unica a sostenerla. La vicenda affonda le radici in un trentennio, nelle campagne, anzi nel feudo di Oppido Mamertino (Reggio Calabria), tra gli ulivi dei Cordopatri ambiti da un sovrastante particolare come poteva essere il boss Mammoliti. Voleva quegli ulivi, il mafioso. Ma Antonio Cordopatri opponeva un netto rifiuto a "vendere". Richieste sempre più pressanti, fino a quando lo "invitano" a "passare da un notaio" per formalizzare il passaggio di proprietà. Altro rifiuto, primo avvertimento: gli sparano e lo mancano. Al secondo tentativo, l'ammazzano. Il killer rivolge poi l'arma contro la sorella, Teresa, che assiste impotente all’agguato. Per fortuna la pistola s'inceppa e donna Teresa oggi può raccontare la storia. Era il 1991. La baronessa raccoglie l’eredità del fratello e giura sulla tomba di Antonio che mai e poi mai cederà al ricatto della mafia. Anzi denuncia il boss, riconosce il killer e lo fa arrestare. Denuncia anche tutto il "contesto" che sta attorno allo strapotere dei mafiosi. Finge di non aver paura delle minacce e da allora vive sotto scorta e, in qualche modo, poco amata in patria. Per esempio, per anni non riesce a trovare operai per la raccolta delle olive, operazione che è costretta a portare avanti col solo aiuto di Angelica. La sua testimonianza fa decollare i processi, certo non speditissimi, ma tutto sommato favorevoli. Quando declina la sua stella? Quando Teresa Cordopatri denuncia anche l'ignavia del sistema giudiziario in Calabria e lo fa quasi "preventivamente"per preservare il processo sulla morte del fratello da brutte sorprese. Ma non imbocca la strada del clamore e del protagonismo, la baronessa. No, scrive al Csm ("il massimo organo istituzionale della magistratura", spiega oggi) esponendo il contesto dentro cui era maturata la morte del fratello e chiedendo anche spiegazioni sui perchè di qualche disattenzione precedente, quando Antonio Cordopatri denunciava senza troppo successo. "Quell'esposto - dice donna Teresa - doveva rimanere riservato, mi era stato assicurato, e soltanto a disposizione del Csm. Le mie non erano accuse circostanziate, ma analisi che sottoponevo all'organo di autogoverno della magistratura per una valutazione". E invece, inspiegabilmente, il documento diventa di dominio pubblico, tanto che quattro magistrati (Giuseppe Viola, Francesco Punturieri, Giovanni Montera e Salvatore Di Landro) si ritengono calunniati e diffamati, fino ad intraprendere azione legale. In primo grado la Cordopatri è stata condannata con sentenza esecutiva: ciò vuol dire che deve risarcire quei magistrati. Non avendo, la baronessa, i soldi, il tribunale civile ha disposto la vendita dei beni mobili e immobili per risarcire i denuncianti. All'inizio di ottobre, la prima asta. Tutto ciò mentre non si è ancora concluso il processo a carico del killer che la baronessa ha fatto arrestare.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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