Le cronache del lavoro offrono tre notizie che dovrebbero far riflettere: l'allungamento dell'orario a parità di salario, quando non a salario ridotto, in Germania e Francia; il taglio, sia pur senza licenziamenti, di 105 mila dipendenti della pubblica amministrazione britannica entro il 2008 per reperire risorse da destinare, comunque, al welfare; gli accordi sindacali in Alitalia che, dopo infinite dissipazioni, sembrano ora accogliere la lezione europea. L'interrogativo, a questo punto, è se Alitalia rappresenti un caso a sé, frutto dell'emergenza, o se segni l'inizio di una svolta che non è solo responsabilità dei sindacati attuare. L'allungamento dell'orario viene accettato dai lavoratori tedeschi e francesi per evitare l'ulteriore trasferimento di attività produttive nell'Est europeo o in Oriente, dove il costo del lavoro è minore. È una svolta radicale, se si pensa che la riduzione dell'orario è stata la bandiera dei movimenti operai per l'intero Novecento, e ha avuto l'effetto di costringere le imprese a un più elevato tasso di innovazione tecnologica e organizzativa. Francia e Germania avevano ridotto l'orario settimanale a 35-36 ore rendendo difficile, se non impossibile, il ricorso al lavoro straordinario. In Italia non si ha notizia di accordi importanti della stessa natura nel settore manifatturiero anche perché l'orario di lavoro è rimasto per i più attorno alle 40 ore settimanali, nonostante l'impegno del governo Prodi di varare la legge sulle 35 ore, preso per evitare la crisi con Rifondazione comunista e poi disatteso dai successivi governi D'Alema e Amato. Non solo, ma in Italia si fa un ampio ricorso al lavoro straordinario che alle imprese costa meno e assicura flessibilità. È improbabile, dunque, che la lezione tedesca e francese possa venir presa alla lettera, se non in quei casi, come l'Alitalia, dove gli orari di fatto erano assai inferiori a quelli della concorrenza. E tuttavia lo spirito delle scelte tedesche e francesi resta valido: sindacati e governi, che avevano praticato la riduzione dell'orario con maggior serietà dei colleghi italiani, sanno ripensare le proprie scelte per migliorare la competitività del sistema. Al di là del caso della compagnia di bandiera, il dialogo tra Confindustria e sindacati, che si è riaperto con la presidenza Montezemolo, dimostrerà la sua reale consistenza se riuscirà ad adeguare il costo del lavoro alla competitività delle imprese attraverso la riforma della contrattazione. Ma il vero banco di prova, tuttavia, rimane quello dei dipendenti pubblici. Per quanto clamore abbia destato, l'annuncio del cancelliere dello Scacchiere, Gordon Brown, non è la fine del mondo: 105 mila dipendenti rappresentano l'1,75% dell'organico della pubblica amministrazione britannica che si aggira sui 6 milioni di addetti. Imitare Brown in Italia, dove i dipendenti pubblici, compresi quelli a tempo parziale, sono 3,5 milioni (secondo il conto annuale del Tesoro per il 2002, l'ultimo disponibile), comporterebbe una riduzione totale di 61 mila addetti in 4 anni. Un'impresa non impossibile se si considerano le massicce ristrutturazioni già fatte proprio in Eni, Enel, Poste e Ferrovie, che oggi, peraltro, non fanno più parte della pubblica amministrazione. Tra Londra e Roma, tuttavia, esiste una sostanziale differenza: il governo Blair dichiara l'obiettivo e su questo si fa misurare; il governo Berlusconi, invece, parla di Finanziaria senza tagli, non si assume pubblicamente alcuna responsabilità. Se il governo italiano in questo facesse tesoro dell'esempio inglese, sarebbe poi più difficile tornare allo statu quo ante. Dichiarare l'obiettivo costituirebbe la premessa necessaria, anche se non sufficiente, per riformare i servizi pubblici in modo da assicurarne la qualità con meno addetti, magari utilizzando finalmente in modo mirato, e non a pioggia, le risorse stanziate per premiare la produttività. D'altra parte, la pubblica amministrazione non è generalmente percepita molto meglio dell'Alitalia. Viceversa, ai tagli indiscriminati dettati dalle emergenze seguiranno fatalmente i reintegri necessari a evitare il collasso di un'organizzazione rimasta immobile. Questa, del resto, è la storia degli ultimi 10 anni. Nel 1993, infatti, i dipendenti pubblici, a parità di perimetro, erano 3,5 milioni e tanti sono ancor oggi dopo che, nel 1998, erano pur scesi a 3,34 milioni. Nel 2003, secondo conteggi ufficiosi, ci sarebbe stata una riduzione di 15-20 mila addetti grazie al blocco del turnover, al quale si è poi derogato nel 2004 per forestali, carabinieri, vigili del fuoco, agenzia delle entrate. La manovra sugli organici è importante perché, se ben fatta, consente risparmi permanenti, ma non bisogna mai dimenticare le quantità. Un taglio dei dipendenti pubblici di misura inglese farebbe risparmiare 2,3 miliardi di euro in quattro anni. Mollare sul contratto del pubblico impiego, per il quale il sindacato chiede un aumento dell'8% contro l'offerta del 3,6% del governo, avrebbe un impatto ulteriore, anch'esso permanente, pari a 5,9 miliardi di euro sui conti pubblici nel giro di due anni. Ma tener duro, con le elezioni regionali alle porte, sarà difficile per tutti. Già il centrosinistra, nel 2000, dopo aver tagliato gli organici, lì ricostituì.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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