Erano stati pedinati e filmati i diplomatici italiani e chiunque frequentasse l'ambasciata nel quartiere di Waziriah. Lo raccontano al ‟Corriere” fonti legate agli operatori internazionali che si occupano di servizi di sicurezza privati a Bagdad. "Le squadre speciali dell'antiterrorismo hanno scoperto in alcuni covi della guerriglia a Bagdad i filmati dell'ambasciata", racconta un bodyguard che preferisce rimanere anonimo. La conclusione è una sola: sin dai primi mesi di quest'anno gli italiani in Iraq sono entrati nel mirino della guerriglia locale. Lo dimostrano i fatti. In primavera si intensificano gli attacchi contro l'ambasciata. In occasione dei preparativi per la festa della Repubblica, il 2 giugno, viene addirittura attaccato un convoglio di gipponi Pajero a colpi di bombe e proiettili anticarro. Gli occupanti, per lo più carabinieri dei servizi di scorta, se la cavano con qualche graffio. Ma cresce la consapevolezza di essere braccati, tragicamente confermata dall'omicidio di Enzo Baldoni e il rapimento delle due Simone. Erano presi di mira tutti gli italiani in Iraq? "Noi abbiamo le prove che l'obiettivo principale fosse l'ambasciata. Non siamo a conoscenza del ritrovamento di filmati della sede di "Un ponte per..." o che fossero state pedinate le due volontarie italiane rapite il 7 settembre. Non sappiamo neppure se vi siano filmati del personale italiano nell'ospedale a Medical City. Ma non è difficile dedurre che i civili italiani possano essere stati individuati nel caso si fossero recati all'ambasciata mentre i basisti dei gruppi terroristi erano in azione". Gli americani durante i loro blitz nei covi si sono imbattuti nei video degli appostamenti quasi per caso. "Non erano a conoscenza dei pedinamenti. Solo dopo aver trovato i video in più di un covo hanno scoperto che l'ambasciata italiana era filmata", aggiunge la stessa fonte. Un problema di cui molti connazionali a Bagdad sono da tempo consapevoli. Come andare all'ambasciata senza essere seguiti o presi di mira? Le due Simone per esempio evitavano di andarvi, se non per sbrigare le pratiche strettamente necessarie alla loro attività nel Paese. Uno dei motivi per cui negli ultimi tempi si sentivano sotto pressione era il fatto che dopo la creazione del governo Allawi, il 28 giugno, erano costrette a chiedere il certificato di residenza alla nuova amministrazione. Un passo che avrebbe forse potuto metterle in cattiva luce tra i gruppi che si oppongono con la forza al processo di normalizzazione voluto dagli americani. E comunque l'iter burocratico per ottenere la residenza richiedeva contatti con l'ambasciata italiana, oltre che con gli uffici del nuovo ministero degli Interni iracheno. Uno dei luoghi più colpiti dagli attentati. Si spiegano anche così le numerose lettere in cui chiedevano protezione a diversi imam sciiti e sunniti nelle zone in cui svolgevano le loro attività. I filmati ritrovati dagli americani si concentrano comunque sui movimenti delle auto blindate italiane. "Chi ha fatto le riprese voleva studiare se vi fossero orari fissi per gli spostamenti, capire quanti fossero gli uomini della scorta, vedere che armi avessero a bordo, seguire i loro tragitti. Ci pare ovvio dedurre che intedessero cercare di sequestrare lo stesso ambasciatore, Gianludovico De Martino, o comunque qualcuno dei diplomatici a lui più vicini. Sembra che gli ultimi filmati sul tema siano stati trovati circa tre mesi fa", aggiunge la fonte. Una preoccupazione particolare va per i dipendenti iracheni che lavorano all'ambasciata. Numerosi impiegati locali che lavoravano per organizzazioni straniere sono stati uccisi con l'accusa di "collaborazionismo" o "tradimento". E infatti molti di loro, se possono, oggi mandano i familiari all'estero, evitano di essere abitudinari nei loro tragitti, quando arrivano presso l'edificio bianco che ospita l'ambasciata accelerano il passo.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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