Libere. Finalmente dopo 21 giorni libere. Simona Pari e Simona Torretta sono state accompagnate in auto non lontano dalla sede degli Ulema. Vestite da musulmane tradizionali. In fondo come negli ultimi tempi volevano loro. Pochi giorni prima del rapimento erano persino andate dagli Ulema e da altri religiosi per chiedere di prendere lezioni di Islam per donne. "Vestite di nuovo. Con tuniche lunghe, gonne sino ai piedi, capo e viso coperti. Persino i guanti", raccontano gli agenti che le hanno raccolte. Una delle paure poco dette ma nella mente di tutti era che potessero fare loro del male. "Ma le ragazze stanno bene. Non sembrano particolarmente provate. Anzi, forse un filo più grasse del solito. Hanno mangiato per lo più dolci e biscotti per tutti questi giorni. Certo sono pallide. Arrivando alla nostra auto sono scoppiate a piangere. Poi però hanno anche sorriso. Erano desiderose di sapere cosa si diceva in Italia. Erano all'oscuro di tutto", ci dice uno degli 007 che è andato a prenderle.
C'era il timore che in particolare Simona Pari potesse lasciarsi andare. Magari avrebbe voluto solo yogurt e frutta. Ma chi dei rapitori avrebbe avuto la voglia di andarli a cercare? Invece sono state più forti del previsto. "La Torretta è una politica nata. Ora starà lì a tagliare il capello in quattro con i rapitori. Cercherà di negoziare la sua liberazione assieme a quella della compagna e degli altri due colleghi iracheni. Farà un lungo discorso per dimostrare che il loro rapimento non paga", dicevano a Roma gli amici di un "Ponte per...".
Qualche giorno fa un gruppo di capi tribù sunniti, che si fa anche chiamare "Segretariato generale della Fatwa", si era fatto avanti qui a Bagdad. "Noi possiamo far liberare le due ragazze. In cambio non vogliamo soldi. Solo il ricovero di 30 bambini in un ospedale italiano e il finanziamento per la ricostruzione di alcune abitazioni distrutte dai bombardamenti americani a Falluja. E poi anche la possibilità di venire in Italia per raccontare al vostro popolo che c'è un altro Iraq. Un Iraq del dialogo, contrario al terrorismo, aperto al mondo e contrario all'occupazione", avevano detto i suoi esponenti principali, Abdel Karim Al Ani e Alì al Fares.
Un'occasione da non sprecare tra le tante piste seguite dalle autorità e dagli 007 italiani. Ma con grande preoccupazione: "Ogni giorno che passa può essere l'ultimo. Se le ragazze con i loro colleghi cadono davvero nelle mani di Al Zarkawi o un gruppo legato ad Al Qaeda non c'è più speranza", dicono gli esperti. E c'è un altro pericolo. Se gli americani individuano il nascondiglio può essere anche peggio. "Sappiamo bene come fanno loro. Hanno metodi più che sbrigativi. Bombardamento intenso, attacco delle forze speciali. Una grossa battaglia e gli ostaggi perdono la vita assieme a carcerieri e civili nell'area", aggiungono le stesse fonti.
Si deve fare in fretta. Molto in fretta. Oltretutto non aiutano la ridda di informazioni che fioriscono sui media del Kuwait, vengono rilanciate dal re di Giordania, sono riprese da Al Jazira .
"Se i mediatori si offendono potrebbero abbandonare tutto. Il momento è più che delicato", ripetevano ancora ieri a mezzogiorno i mediatori.
Le piste sino all'ultimo sono tante. Si parla di possibili covi, Falluja e Abu Ghraib sono i più scontati ma anche la periferia di Bagdad. Si accenna a una località presso la centrale elettrica di Al Dorah. L'altra sera e ieri mattina alcune controparti si dicono "offese" dalle notizie che appaiono sulla stampa italiana e internazionale. "Si sta offuscando il nostro ruolo di mediatori. Chi ha dato a re Abdallah quelle informazioni?", dicono concitati per telefono.
Verso mezzogiorno la crisi si fa più pesante. Sembra che il canale si stia chiudendo. "Nei rapimenti la fase più delicata è quella del rilascio e degli spostamenti finali. Basta nulla per mandare a monte settimane di negoziati e persino condurre alla morte degli ostaggi", osservano gli agenti della squadra preposta alla liberazione.
Nel pomeriggio però ci sono spostamenti repentini. Macchine che vanno e vengono, appuntamenti non mantenuti. "Ci stiamo muovendo su più fronti. Nulla è precluso", dicono. Quando arriva la prima notizia della liberazione è evidente che Maurizio Scelli, il Commissario straordinario della Croce rossa italiana che le ha accolte al momento del rilascio, si è mosso nel massimo riserbo. "Lasceremo fare agli organi competenti dello Stato. In questo caso resteremo in panchina", aveva detto tre settimane fa. Nulla di tutto questo. "Scelli si è mosso bene. E ha scelto la via opposta a quella di aprile. Allora aveva puntato sulla pubblicità offerta dai mass media. Ora è rimasto assolutamente nell'ombra e ha ottenuto un risultato magnifico", dicono gli 007. Insomma vince la strategia della discrezione.
Ma chi sono i rapitori? Magari ci aiuteranno le due Simone a trovare una risposta. O i loro colleghi iracheni tornati a casa. Qui si limitano a dire che sono "uomini molto, molto religiosi". Ma anche banditi. Un riscatto è stato senz'altro pagato. Quanto non sappiamo. Per fortuna di tutti sono comunque riusciti a non farsi influenzare dagli appelli alla violenza che giungevano dai deliranti messaggi via Internet.
A Bagdad intanto è il sollievo. Sono in tanti a chiamarci per le felicitazioni. Le due Simone sarebbero contente di sapere quanta gente le difende, parla di loro, è felice per la liberazione. In fondo è la riprova che il loro messaggio di pace non è finito nel vuoto. Tra le telefonate anche quella degli Ulema. "La liberazione è la testimonianza che c'è un po' di giustizia sulla terra. Anche su questa martoriata terra irachena", esclama Muthanna al Dhari, figlio di uno dei massimi leader spirituali sunniti. E chiama lo sceicco Anwar, lo "sceiccone" come lo avevano soprannominato le due Simone.
Piange di gioia. "Vorrei poter venire in Italia per partecipare alla vostra festa, alla nostra festa", dice allegro. È la prima volta che ride da 21 giorni. Tutto questo tempo ha viaggiato da solo tra le moschee di mezzo Iraq per capire, investigare domandare. Due giorni fa ci aveva detto di aver trovato un luogo alla periferia della capitale dove "c'erano tre auto simili a quelle del rapimento". Voleva aiutare. Non si dava pace. Ora è la fine di incubo. "Le aspettiamo qui. L'Iraq le ama più di prima".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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