Una struggente nostalgia per la democrazia in televisione coglie lo spettatore italiano invitato ieri mattina all’ambasciata americana per vedere la registrazione del dibattito Kerry-Bush. Il presidente degli Stati Uniti si sottopone al rigore di tutte le regole di un dibattito televisivo con il suo avversario. È visibilmente infelice, a momenti sbuffa. Ma è questo il giorno che conta e non il teatrale sbarco in tenuta da pilota sulla tolda di una portaerei per dire "missione compiuta". Qui il teatro finisce. C’è vera televisione e vera democrazia. Il risultato, dicono tutte le fonti, è che una volta rimosso il teatro, gli americani, almeno l’altra sera, almeno alla prima prova, hanno scelto Kerry invece di Bush.
La storia sembra incredibile a noi italiani, ma è vera. Esiste un Paese grande e potente in cui un giornalista della televisione pubblica può fermare - cortesemente ma fermamente - il presidente di quel Paese e dirgli: guardi che non si è capito. Può provare a ripetere ciò che ha detto in modo che tutti possano seguire il suo argomento?
Siamo nell’Auditorium dell’Università di Miami, siamo di fronte alle telecamere fisse e alle inquadrature fisse che mostreranno agli americani il primo confronto televisivo tra il presidente Bush e il suo sfidante John Kerry. Inquadrature, sequenze, montaggio, minuti sono stati concordati in modo che ciascuno dei due abbia un tempo uguale al centro, da solo, di lato e insieme. Non sono permesse zoommate (ingrandimenti improvvisi) o carrellate perché creerebbero fatalmente favori e svantaggi. Non è permessa alcuna variazione di tempi. La suddivisione degli interventi è rigorosa: due minuti per porre il proprio argomento, un minuto e mezzo per rispondere, trenta secondi (trenta secondi) per gli interventi estemporanei. I due candidati si stringono la mano all’inizio ma parlano alle telecamere e al pubblico, in piedi dietro un podio su cui hanno carte che possono consultare. Il pubblico c’è ma non si vede, può applaudire solo all’inizio e alla fine. E infatti, nonostante i momenti tesi, per l’uno o per l’altro, il silenzio è perfetto.
Chi è il pubblico? Sono sostenitori di Bush e di Kerry suddivisi esattamente a metà. Chi è il moderatore? In questo primo dei tre dibattiti presidenziali è il conduttore dell’unico telegiornale pubblico degli Stati Uniti, Jim Lehrer, che infatti dirige e conduce il ‟Jim Lehrer Report” quotidiano, di gran lunga il migliore notiziario Tv degli Usa. Il moderatore assume subito piena responsabilità. Dice in apertura: "Le domande sono mie. La sequenza delle domande è stabilita da me. Le domande che sto per fare non sono note né a una parte né all’altra. I tempi non possono essere variati. Si decide con il lancio della moneta chi parla per primo. Quello dei due che parla per secondo conclude il dibattito".
Nella scena il giornalista, seduto come un giudice, ha tutta l’autorità di quella cosa grande e misteriosa che - in un Paese libero - è l’opinione pubblica. È credibile perché non si sposterà mai di un millimetro da una parte o dall’altra, non sorride, non fa il gentile, non fa spettacolo. La tensione è tutta nei due protagonisti che si fronteggiano e che il dibattito mette rigorosamente alla pari. Gli elementi di giudizio sono nelle mani del pubblico che però non perdonerebbe alcuna domanda squilibrante o dannosa più per l’uno che per l’altro. E non riconoscerebbe come valido un dibattito in cui non vengono messe sul tappeto tutte le grandi questioni, senza zone d’ombra o sospetti silenzi. Ci vuole un grande giornalista in un ambiente di grande rigore per osservare questi criteri. Jim Lehrer non ne manca uno. I due candidati? La serata è a tema. Riguarda la politica estera. Dunque l’Iraq. Dunque la guerra. Dunque i rapporti col resto del mondo. Dunque il terrorismo. Dunque la pace.
Poiché siamo in televisione, conta l’immagine fisica e personale dei contendenti. Sono sempre in onda quando parlano e - per pochi secondi - mentre ascoltano. Nonostante ciò Bush, che è il più nervoso lo vediamo mentre finisce di bere, mentre sbuffa. Kerry, è sempre fermo al suo posto. Non cerca carte, non guarda appunti. Il ritmo, l’incedere, il tono della voce sono a favore di Kerry che non solo tiene il passo con i limiti stretti del tempo, ma affronta subito l’argomento che gli viene proposto e usa tutto lo spazio consentito senza una esitazione, senza una ripetizione. Bush esita, aspetta, si mangia una parola, sbaglia accenti americani e nomi stranieri. Ripete tre volte, senza riferimento all’argomento o alla domanda, che Kerry ha cambiato posizione sulla guerra. Quando ci prova la quarta volta Kerry risponde: "Forse c’è una certa differenza fra un voto sbagliato e una guerra sbagliata".
Il punto chiave dello scontro solo apparentemente morbido, educato (Bush elogia le figlie di Kerry, Kerry è gentile con la moglie di Bush), in realtà durissimo (ognuno deve dire all’altro che è incapace di governare) è nei tre argomenti del candidato democratico. Il primo è che Bush non sembra sapere nulla della guerra. Non sa che in luglio sono morti più soldati che in giugno, in agosto più che in luglio e in settembre più che in luglio e in agosto. Il secondo è il costo della guerra: "Siamo sicuri che il popolo americano voleva questo risultato al costo di 200 milioni di dollari?". Segue un elenco di ciò che un presidente di pace avrebbe potuto fare con quella cifra. Il terzo è la definizione dell’Iraq come "un errore colossale" e una dimostrazione ineccepibile di quell’errore: "Come se Roosevelt, attaccato dai giapponesi, avesse deciso di invadere il Messico". Ecco una frase che sarà ricordata a lungo. Ma è interessante anche il modo abile e intelligente con cui Kerry ha riempito di battute utili, sempre mirate a un punto, tempi brevissimi. Ecco alcuni esempi: Bush parla della forza degli Usa. Kerry risponde: "Forti ma intelligenti". Bush vanta la guerra in Afghanistan. Kerry osserva che "anche lì il presidente è ricorso all’outsourcing". È una parola chiave nel mondo del lavoro per dire "impieghi appaltati a persone estranee a un’azienda". A Kerry la stessa parola è servita per fare alzare la testa ai disoccupati e per ricordare che in Afghanistan comandano i signori della guerra. Bush ha vantato la grande coalizione che fiancheggia gli Usa nella guerra in Iraq. Kerry è stato pronto: "Come si fa a chiamare grande coalizione un gruppo che comprende solo Inghilterra e Australia?". Su questo punto Bush ha fatto la sua figura peggiore. Non aveva, tra le sue carte, alcun elenco dei trenta Paesi che in un modo o nell’altro, quasi tutti senza combattere, sono presenti in Iraq. Ha esclamato due volte: "Dimentica la Polonia!". Non ha più tentato di correggersi. Non ha mai citato l’Italia. Bush ci ha dato una ragione in più per richiamare i nostri soldati. Sono scomparsi dal suo radar. Ma, a riprova della statura internazionale guadagnata per il nostro Paese da questo governo, l’Italia è scomparsa anche dall’elenco di Kerry dei grandi Paesi con cui bisogna "unirsi invece che separarsi" come Francia e Germania. Poi Kerry ha isolato di nuovo questo nostro governo e la politica italiana condannando Putin e la sua svolta autoritaria. E invano Bush ha cercato di difendere Putin chiamandolo affettuosamente ‟Wladimir”. Alla fine Bush ha perso il filo ed è apparso disorientato. È stato quando Kerry ha ricordato De Gaulle che - di fronte al Segretario di Stato americano che voleva mostrargli le prove dei missili di Cuba - lo interrompe dicendo: "Mi basta la parola del presidente degli Stati Uniti". E chiede agli spettatori americani: "Chi crederebbe oggi alla parola di questo presidente?". E ha usato il più duro e ‟antiamericano” degli argomenti quando ha detto: "Si direbbe che tutte le basi permanenti costruite in Iraq siano per la protezione non degli iracheni ma del petrolio". È toccato a Bush concludere, con parole vaghe e qualche secondo in meno del tempo che gli spettava. Come un direttore d’orchestra il moderatore ha alzato le braccia e tutti hanno taciuto.
Coloro che - nell’Italia di oggi - si mostrano entusiasti sostenitori degli Usa da quando sono entrati in scena i neo-conservatori e la loro idea fissa di "invadere il Messico" resta una frase di Kerry che faranno girare nelle loro redazioni e nei loro giornali per rassicurarsi: "Vedete? Anche Kerry vuole la guerra!". È stato quando Kerry ha detto: "Non sto parlando di abbandonare, sto parlando di vincere". Trascureranno di avvertire che il mondo dei due, Kerry e Bush, è profondamente diverso. Come ha già detto il Segretario alla Difesa Rumsfeld, gli uomini del presidente, dopo aver fatto la loro parte di distruzione nel Paese sbagliato, stanno progettando di andarsene. ‟Vincere”, secondo Kerry, vuol dire uscire dalla guerra sbagliata per la porta di un po’ di pace.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>