C’è stato, in questo Paese, chi ha provato in tutti i modi a legare il nome di Zapatero a qualcosa di vergognoso. La vergogna sarebbe stata quella di avere deciso, come impegno elettorale e poi come atto di governo, di ritirare dall’Iraq il contingente militare spagnolo. Era stato inviato, come quello italiano, senza alcuna strategia o missione ma al solo scopo di permettere al presidente Bush, che stava iniziando "la guerra sbagliata, nel luogo sbagliato e nel tempo sbagliato" (John Kerry, 29 settembre), di poter dire che era seguito da una grande coalizione.
È bene essere precisi. Solo in Italia, infestata dal regime della informazione completamente controllata o intimidita dal governo, sono state indirizzate sul nuovo primo ministro spagnolo bordate di insulti e disprezzo, e il tentativo di fare del suo nome l’emblema della codardia e della vergogna.
Nei Paesi liberi - per esempio gli Usa, che Zapatero, secondo gli editorialisti di regime italiani, avrebbe ‟tradito” e ‟abbandonato” - Zapatero ha attratto l’attenzione dei media, ha avuto una intervista di prima pagina sul ‟New York Times”, una nel celebre programma televisivo della CBS ‟60 Minutes” e la copertina di ‟Time”.
Ma l’Italia, si sa, è un Paese di guerrieri. E i guerrieri hanno prontamente parlato di ‟zapaterismo” per dire il disprezzo verso uno che rifiuta di combattere. È una buona dimostrazione che da noi ogni dramma si paga due volte. Tutti hanno come nemico il terrorismo. Ma a noi italiani viene autorevolmente detto che dobbiamo fare anche la guerra al pacifismo. Tutti si domandano - a cominciare dal ministro della Difesa americano - come uscire dalla guerra in Iraq. In Italia se avviate il discorso rischiate che vi si tratti con sarcasmo e disprezzo.
E resta pronta l’accusa di ‟zapaterismo” per il leader politico che osi affrontare la questione. Però è accaduto che ‟Zapatero il codardo” con una straordinaria azione di polizia, è riuscito a smantellare il vertice dell’Eta, l’altro spaventoso terrorismo che ha riempito di sangue la Spagna. Lo ha fatto in collaborazione stretta con la polizia francese, cioè di un Paese con cui il valoroso guerriero Aznar non aveva molti contatti. Dunque lo stesso leader che abbandona ‟la guerra sbagliata”, riesce a segnare il colpo clamoroso nella guerra vera, quella al terrorismo. In silenzio, senza farsi notare dagli spietati combattenti di ‟Porta a Porta”, mandiamo un pensiero di apprezzamento e di invidia al coraggioso primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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