Aveva assistito al rapimento quasi in diretta Mukhlis Abdullah. E ieri per telefono ha ripetuto quello che ci aveva detto un mese fa, quando eravamo andati a trovarlo nel suo ristorante-pizzeria, lo Saji Al-Reef, uno dei più popolari a Bagdad: "Niente complotti di spie. E nessuna fantasia su formule per armi chimiche o atomiche trovate nell'appartamento, come invece ha detto e scritto qualcuno. Non ci sono misteri in questa triste storia. Quello di Ayad Anwar Wali è stato un classico rapimento compiuto da criminali a scopo di estorsione. Uno delle decine di sequestri per denaro che avvengono ogni giorno in Iraq". Lo sconcerta la notizia della morte di Ayad. "Probabilmente non si è arrivati in tempo al canale giusto per negoziare la liberazione. La sorella mi aveva detto che avevano preparato centinaia di migliaia di dollari per il riscatto. Io ancora non posso crederci. Ho visto il video dell'esecuzione su Al Jazira. Non l'ho neppure riconosciuto nell'uomo inginocchiato di fronte alla fossa prima che gli sparino". È da quel martedì pomeriggio 31 agosto che si racconta il film del rapimento. "Ero in casa con mia moglie e mio figlio Faris di 13 anni. Ayad amava mio figlio, talvolta ci giocava assieme. Diceva sempre che gli ricordava il suo bambino rimasto in Italia. A un certo punto, saranno state le 16, si è fermata un'auto davanti alla nostra palazzina a due piani. Ayad dal mese di marzo aveva affittato il piano terra, che è collegato al nostro appartamento da una porta di legno sempre chiusa. Cinque uomini armati hanno fatto irruzione. Mi sembra che avessero ben studiato la planimetria dello stabile, perché quando un paio di loro hanno sfondato la porta di collegamento e sono entrati da noi, quello che sembrava il capo si è arrabbiato. Ha detto che c'era stato un errore e non ci doveva essere torto un capello". I banditi chiedono scusa a Mukhlis. Gli portano via la pistola personale. Lo costringono a chiudersi in camera da letto con la famiglia. Ma non toccano gli incassi del ristorante, che si trovano in una scatola di vetro posta su di un mobile in salotto. E ordinano a tutti loro di non muoversi. "Restate dove siete e non vi sarà fatto nulla", ordinano. Dal piano di sotto si ode qualche esclamazione smorzata, una leggera colluttazione. "Dalla finestra ho visto che portavano via Ayad con modi brutali. Hanno preso lui, una segretaria e l'uomo d'affari turco che dormiva spesso nell'appartamento spingendoli dalla schiena e sferrando loro alcuni calci. Ho visto anche che gli davano anche dei pugni alla testa", racconta il piccolo Faris. Aveva paura Ayad dei rapimenti? Risponde Mukhlis: "Assolutamente sì. Era preoccupato. Accennava spesso con terrore alla possibilità di essere sequestrato. Per questo teneva in casa una pistola. Però non cercava di nascondersi. Il suo appartamento era sempre visitato da ospiti. Gente ricca, con belle macchine, che posteggiavano in bella vista nella via di fronte alla nostra villetta. Penso fossero soprattutto uomini d'affari turchi, curdi, ma anche iracheni sciiti e sunniti. A lui quello che premeva di più era incrementare il volume d'affari della sua società di import-export con l'Italia. Aveva sperato nel boom economico del dopo guerra. Gli era andata male. Ma non desisteva".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>