Giancarlo Galan, "governatore" della Regione Veneto, sta pilotando verso la Borsa la Save, società che ha in concessione il terzo sistema aeroportuale d'Italia, il Marco Polo di Venezia e lo scalo di Treviso, quasi 6 milioni di passeggeri, 133 milioni di euro di fatturato e 8,7 di utile ufficiale. Ma questa, per dirla con il banchiere Sergio Siglienti, minaccia di diventare una privatizzazione molto privata: forse troppo, a causa dei contrasti fra i soci pubblici e dei conflitti d'interesse che vanno emergendo tra alcuni fautori dell'operazione, azionisti e debitori morosi dell'aeroporto. Ed è un peccato perché la Save è una azienda in grande sviluppo. Per cominciare, questa privatizzazione sembra frutto delle circostanze più che di una scelta razionale e trasparente. Il collocamento della Save, infatti, avviene tramite un aumento di capitale riservato al mercato dal quale, per decisione non unanime dell'assemblea, sono esclusi i soci attuali. Dopo questa operazione, coordinata da Mediobanca e da Bnp Paribas, la Regione Veneto, che si fa rappresentare dalla holding pubblica Veneto Sviluppo, il Comune e la Provincia di Venezia scenderebbero dal 57%, oggi detenuto in quote paritetiche, al 35% del capitale. Poiché in proporzione si diluirebbero anche Nord Est Avio e Urvait Service, le due società che rappresentano gli investitori privati, non cambierebbe granché negli equilibri di potere. Ma Veneto Sviluppo ha rotto con i partner pubblici e questi si sono così trovati in minoranza già all'ultima assemblea del 3 agosto, che ha avviato l'iter per la quotazione in Borsa. Votando con i privati che proponevano l'aumento di capitale finalizzato alla quotazione, la Regione si è fatta levatrice di una nuova maggioranza nella quale, tuttavia, ha un ruolo minoritario. La privatizzazione, dunque, è già avvenuta nei fatti, ma nessun ente pubblico ha incassato ancora un euro. Adesso le carte le danno Nord Est Avio e Urvait Service. La prima è posseduta dalle Assicurazioni Generali, dalla Finanziaria Internazionale presieduta da Enrico Marchi (e partecipata dalla compagnia triestina) e dalla società Titano, dove si riunisce un gruppo guidato dall'industriale calzaturiero Paolo Sinigalia, che, nell'intreccio delle cose lagunari, è pure presidente della Veneto Sviluppo e di Alpi Eagles, compagnia aerea cliente morosa della Save. La seconda, Urvait Service, è presieduta da Enrico Marchi, che è anche il presidente della Save. Un socio di Marchi amministra il fondo di private equity Tricolore (alimentato, fra gli altri, da Generali e dal gruppo Ligresti) che ha investito in Volare, altra compagnia cliente morosa di Save. La rottura fra i tre enti locali azionisti della Save si è tradotta nella citazione in giudizio della Save medesima e della Veneto Sviluppo da parte del Comune e della Provincia di Venezia. La Save, in particolare, si è vista impugnare il bilancio 2003: dei 20,5 milioni di crediti verso i primi cinque clienti, ben 14,6 non sono stati onorati alla scadenza dai debitori e la Save non avrebbe fatto gli accantonamenti del caso. Marchi respinge le accuse affermando che le compagnie ora fanno fronte agli impegni secondo gli accordi ricontrattati e pagano in anticipo le nuove prestazioni. Ai tempi della privatizzazione di Telecom Italia, il Tesoro escluse i fornitori dalla lista dei candidati al nucleo stabile dell'azionariato in quanto portatori di un conflitto d'interessi. Toccherà ora alla Consob, dopo le agitazioni sullo scandalo Parmalat, controllare quanto siano significativi questi altri conflitti d'interesse. Intanto, il Tribunale di Venezia si dovrà pronunciare sulle eventuali responsabilità della Veneto Sviluppo che, secondo gli enti locali veneziani, avrebbe violato l'obbligo di legge a uniformarsi alle decisioni della maggioranza dei soci pubblici. Un vincolo che la Veneto Sviluppo ritiene superato dalla più recente legislazione. Alla fine, comunque vada la querelle giudiziaria, resta la sostanza: gli enti locali, litigando fra loro, rischiano di far perdere una cifra assai cospicua alle comunità che rappresentano. Comune, Provincia e Regione potranno eventualmente vendere in Borsa al mero prezzo di mercato i titoli di una società che lo stesso Comune valuta 450 milioni di euro. Se invece mettesse assieme le diverse quote (con altri enti minori arrivano al 61% del capitale), la mano pubblica potrebbe offrire all'asta la maggioranza della Save e lucrare un premio adeguato attraverso una privatizzazione vera e non surrettizia. Gli acquirenti, infatti, non avrebbero nemmeno l'obbligo di lanciare un'Offerta pubblica di acquisto sul resto del capitale, non essendo ancora la Save quotata in Borsa. È questa la strada maestra seguita dal Tesoro a Roma con l'Adr, la società che gestisce gli aeroporti della capitale. Rinunciare a Venezia alla strada maestra equivale a fare un regalo ad alcuni privati a spese della comunità, e cioè di tutti gli altri. Provare a imboccarla, sia pure in extremis, costringerebbe tutti - enti locali e investitori, privatizzatori veri e statalisti travestiti - a giocare a carte scoperte
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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