Fa discutere, Giovanni Brusca. Qualunque cosa accada, nella sua "vita nuova" di collaboratore di giustizia, sembra sempre provocare scandalo. Un permesso, la prospettata carcerazione domiciliare, qualche frase anche fraintesa, le stesse dichiarazioni ai giudici non sempre ritenute "genuine", insomma come si muove va incontro a critiche. Questa volta è il momento dello sdegno per provvedimenti di clemenza destinati "ad un mafioso pluriassassino", per usare argomentazioni esposte da alcuni familiari delle vittime di mafia e da politici che spesso dimenticano di aver votato la legge che oggi consente a Brusca di chiedere ed ottenere "benefici". Perchè tanta acrimonia, superiore a quella riservata al fratello piccolo, Enzo, che di omicidi ne ha confessati tanti quanto sono quelli elencati da Giovanni? La risposta non è delle più difficili. Intanto Giovanni Brusca "soffre" di una maggiore notorietà, dovuta prevalentemente alla "liturgia mafiosa" che lo ha consacrato come capo ed erede della famiglia del vecchio don Bernardo, morto nel 2000. Ma la sua cattiva immagine è figlia, soprattutto, dell’atroce sorte riservata al piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito, Santino, strangolato e sciolto nell’acido dopo una prigionia durata più di due anni. Ecco, nell’immaginario collettivo Giovanni Brusca è rimasto impresso come l’"assassino del bambino", anche se le cose sembrano essere andate in modo non così semplice.
L’altra grave colpa, al di là delle dozzine di omicidi commessi nella sua violenta ascesa al potere, è - e rimarrà a lungo - l’assassinio del giudice Giovanni Falcone. Non c’è "passaggio televisivo", o sentenza giudiziaria, o cronaca degli Anni ‘90 che non lo indichi come "l’uomo che premette il pulsante a Capaci". E su questo aspetto delle sue "colpe", almeno su questo, non esistono dubbi. Egli stesso ha confessato di aver usato il telecomando che ha sterminato Falcone, la moglie e la scorta. E importa poco che tutta l’operazione fosse stata pianificata dalla direzione strategica di Cosa nostra e da "quel pazzo di Riina". Difficilmente Giovanni Brusca riuscirà a togliersi dalla pelle questi due grandi macchie. Lo dimostra il diverso atteggiamento del pubblico ogni volta che qualcuno dei "grossi pentiti" viene graziato di qualcosa. Basterebbe pensare a Salvatore Grigoli, l’assassino di don Pino Puglisi, circondato dall’aura di "autentico pentito", in senso morale e religioso, che arrivò ad un passo dall’incontro col Papa. No, non è molto amato, Giovanni Brusca. Anzi, l’intera famiglia di San Giuseppe Jato non sembra godere di grande considerazione. Rimarrà nella storia della mafia e della Sicilia l’esultanza incontenibile dei poliziotti che portavano alla squadra mobile di Palermo Enzo e Giovanni, appena catturati nella borgata Cannatello, alla periferia di Agrigento. I segugi indossavano passamontagna neri ed imbracciavano fucili mitragliatori sovietici, come poliziotti colombiani. Loro, le prede, mostravano barbe incolte e forme sovrappeso per le comode latitanze appena interrotte. E mostravano anche i segni di qualche maltrattamento, ma senza alcuna intenzione di formalizzare denunce. Quanto erano diversi dai fratelli aspiranti collaboratori ascoltati successivamente nelle udienze. I figli di don Bernardo divenuti ragionevoli e precisi ragionieri della contabilità assassina di Cosa nostra. Eppure, anche da aspiranti pentiti avevano tentato il "colpo grosso", cercando un bluff che avrebbe dovuto coinvolgere Luciano Violante, allora presidente della Camera, in un improbabile scandalo. Le loro bugie furono intercettate e procurarono loro la diffidenza generalizzata di investigatori e magistrati. Hanno dovuto attendere anni prima di entrare nel programma di protezione ed ottenere il "bollo" di collaboratori.
È proprio la furbizia, d’altra parte, la qualità principale di don Bernardo e dei suoi figli. Che non sono solo Enzo e Giovanni. C’è anche Emanuele, mai "toccato" dalla giustizia eppure oggi sotto protezione più per il riflesso delle scelte dei fratelli che per sue "colpe". No, Emanuele (come il nonno) rappresenta un po’ l’intellettuale della famiglia. Parla correttamente, si esprime bene, conosce le leggi e, per volontà del padre, aveva l’incarico di tenere i rapporti (pubbliche relazioni, si direbbe) con il mondo dei politici e degli imprenditori, insomma la cosiddetta società civile. Forte di questo carisma, Emanuele ha finito per essere utilizzato come "riscontro indiretto" alle rivelazioni di Balduccio Di Maggio sul presunto bacio tra Riina ed Andreotti, episodio che proprio domani approda in Cassazione per la sua ultima tappa giudiziaria. Eppure non si può dire sia stata scarsamente redditizia la collaborazione dei fratelli Brusca. Intanto ha restituito alla vita civile Enzo, la cui "scelta legale" è risultata "verace", fino al punto da indurlo a confessare la propria "inattitudine" al mestiere di mafioso, mestiere intrapreso - per sua stessa ammissione - quasi "naturalmente, per provenienza familiare e culturale" e per una sorta di affermazione di "fratello piccolo" nei confronti di Giovanni il grande. Anche col bambino Di Matteo, forse, accadde l’irreparabile a causa di una sorta di incomprensione tra fratelli. Giovanni diede l’ordine "in un momento di rabbia successivo all’ennesima condanna all’ergastolo", ma - si è chiesto dopo "Enzino" - "avrebbe mantenuto quella disposizione se avesse avuto il tempo di riflettere ancora un po’"? Sono state utili - per tornare al bilancio sul pentimento dei Brusca - le loro rivelazioni: è stata spiegata la mattanza degli Anni ‘80. I grandi misteri un po’ meno. Certo, su Capaci Giovanni ha detto molto. Ha cercato di inoltrarsi nei meandri degli "affari di Stato" (come la famosa trattativa avviata per far cessare le stragi) ed ha parlato di un misterioso "papello" inviato da Riina allo Stato. Un elenco di richieste (abolizione del carcere duro, revisione dei processi e "soppressione" degli ergastoli, fine della campagna di confische e sequestri dei beni mafiosi), in cambio della pace sociale. Sarà vero? Nessun rappresentante delle istituzioni ha mai confermato l’esistenza di quel "papello". E Giovanni Brusca, cui non manca il senso pratico, non ha insistito.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>