Dimmi come voti e ti dirò chi sei. Meglio ancora: dove vai. C’è un abisso fra il sistema proporzionale, che si basa sulla scelta, a volte combinata, di tanti partiti contigui, e il sistema maggioritario che contrappone frontalmente due schieramenti senza contatti. Prima conseguenza: cambia radicalmente il rapporto fra maggioranza e opposizione. Circolano e si alternano tre gruppi di idee su questo rapporto.
Nel primo gruppo si dice in vari modi che la giusta relazione fra opposizione e governo è il dialogo. È bene scambiarsi idee su tutto, ci raccomandano. Ciò faciliterà le scelte migliori nell’interesse comune.
Nel secondo si sconsiglia l’opposizione a dire soltanto dei no. È un comportamento brutale che, per giunta, non consente all’opposizione di far valere le sue ragioni, di scoprire le sue carte, di far conoscere ai cittadini le alternative che è capace di immaginare. D’ora in poi, si dice, per ogni no faremo anche una proposta, in modo da presentare la nostra cultura di governo. È l’altro modo di dialogare: io propongo, tu decidi.
Nel terzo gruppo di proposte si nasconde l’innovazione. È una parola lucida e polivalente che vuol dire - allo stesso tempo - strategia, nuove leggi e attitudine mentale. Significa, con varie gradazioni e accentuazioni a seconda dei discorsi, liberalizzazione, deregolamentazione, privatizzazione, competitività (soggettiva) concorrenza (oggettiva) riforme (per portare alla competitività e aprire alla concorrenza) e missione (per l’Italia) nel mondo globale. Qui l’atteggiamento è più netto. Soltanto insieme, unendo le forze, sacrificando visioni parziali per il bene della nazione, si può riuscire a realizzare l’innovazione dunque a rilanciare il Paese in modo da produrre ricchezza che genererà imprese che creeranno posti di lavoro che determineranno reddito che moltiplicherà il consumo. Chi non ci sta è sordo alla modernità ed estraneo al mercato.
Sorprende che i tre percorsi portino ad un’unica piazzola di sosta nella quale opposizione incontra governo, e l’incontro è certamente fruttuoso. Fruttuoso per chi? Fruttuoso per chi governa. Se avremo conseguito insieme il bene di tutti perché dovremmo tornare a scontrarci nel vento furioso di campagne elettorali in cui ciascuna parte prova a persuadere l’elettore che l’altra parte è peggiore?
Viene in mente la frase di Helmut Kohl a Romano Prodi, da Prodi stesso ricordata su queste pagine: "Siete strani voi italiani, con la vostra smania di incontrarvi. Io sono in politica da quando avevo 18 anni e in vita mia non ho mai messo piede in un convegno socialdemocratico. Io sono democristiano e vado dai democristiani". Lo stesso vi direbbe chi vive e fa politica in America: Kerry non è mai stato al barbecue di Bush. O il contrario.

È chiaro a tutti gli esperti d’opinione ciò che George Bush ripete ossessivamente nella sua campagna elettorale: "Tenere la barra". Bush sa di avere fallito in Iraq ma punta tutte le sue forze elettorali su un punto: non ho mai cambiato idea. E può invocare all’infinito - e lo fa - l’unica volta in cui John Kerry ha votato ‟insieme” a Bush sulla guerra. In un sistema maggioritario bipolare basato sul prendere o lasciare (e dove non è ammesso passare nel mercatino del proporzionale a scegliere un po’ di qua e un po’ di là) il voto ‟insieme” del più debole è un omaggio al più forte. È una bandiera conquistata da chi governa, una bandiera da sventolare in campagna elettorale in faccia all’avversario perché significa che, giusto o sbagliato, io ho tenuto duro e tu no. E infatti lo sfidante americano John Kerry deve dedicare alla cancellazione di quell’unico voto ‟insieme” dato al Presidente per patriottismo, molta più energia di tutto il resto della campagna elettorale. E George Bush conta, ricordando ossessivamente quel voto, di far dimenticare la montagna dei suoi fallimenti e dei suoi errori.
Per tornare all’Italia, il problema di Berlusconi non sarà di tornare da solo a Porta a porta (dove certo tornerà da solo, con l’inspiegabile permesso dei suoi avversari) presentando il suo programma dimezzato. Il suo problema - e il suo successo - sarà di dimostrare che - realizzato o no - ha sempre tenuto fede al suo programma (ovvero ‟ha tenuto la barra”). E che ha costretto l’opposizione a navigare sempre lungo le coste della maggioranza, nel tracciato disegnato dal governo, offrendo proposte che - comunque - rispondevano al suo programma, e ottenendo magari, alla fine, su questioni ‟che riguardavano il bene di tutti” dei ‟voti insieme”. Chiaro che in quel caso ha buone carte per vincere. Romano Prodi, che conosce il mondo, è conosciuto dal mondo, e perciò irrita e allarma profondamente il giro di Berlusconi, non è tipo da cadere in questa trappola. Infatti, proprio su questo giornale, nel forum con i redattori che l’Unità ha pubblicato il 3 ottobre scorso, ha detto la frase che abbiamo usato nel titolo: "Riforme insieme? neanche una virgola". Giustamente non si volta a guardare se qualcuno - nelle sue fila - torna a parlare di dialogo due volte alla settimana. Sa che la risposta deve restare no. Testardaggine? Piuttosto strategia di base, misura inevitabile se il sistema elettorale è bipolare maggioritario. In quel sistema non servono le gite insieme. Serve - ed è richiesta dai cittadini - la contrapposizione netta. Altrimenti i cittadini non saprebbero mai se e perché cambiare voto, a parte le qualità personali o l’immagine carismatica di un leader rispetto a un altro. Si tratterebbe di un mondo privo di visioni alternative. La vita politica si ridurrebbe a periodici plebisciti di popolarità, un percorso che porterebbe rapidamente fuori dalla libertà.

Ma, per essere preciso, che cosa c’è che non va nel dialogo, e perché questa parola benevola è fondamentalmente estranea alla democrazia? Proverò a riassumere come segue i punti di questa disputa cruciale.
1 - Il dialogo come rapporto sistematico tra governo o opposizione è zoppo, asimmetrico e subordinato. Zoppo perché l’opposizione può avere ottime idee ma non ha il potere. Asimmetrico perché chi detiene il potere occupa - persino nei Paesi normali - uno spazio mediatico e dunque di diffusione e persuasione, molto più vasto. Subordinato perché ogni volta che al no segue la proposta, quella proposta controbatte il dettaglio di un progetto opposto, quello del governo, che rappresenta la sua visione profondamente diversa dei valori, della politica, della storia, della vita. Tante proposte, punto per punto, offerte dalla opposizione al governo sono piccole frecce su un pachiderma che continua ad avanzare perché ne ha la forza, sono un tributo alla capacità di guida di chi governa, pongono chi si oppone nella posizione subordinata di proporre, qua e là, delle obiezioni a un progetto altrui. E quel progetto continuerà a dominare l’attenzione degli elettori.
2 - La questione del bene comune e dell’interesse nazionale non ha impedito alla opposizione di Berlusconi di abbandonare l’aula mentre si votava la più importante decisione italiana degli ultimi decenni: l’ingresso dell’Italia, come socio fondatore, nell’Europa della moneta unica. Quella decisione è stata raggiunta con la presenza solitaria e isolata della maggioranza dell’Ulivo. Il Polo non c’era, ha disertato l’aula in un momento cruciale. Eppure nessuno ha parlato di tradimento. L’immagine che si è formata è stata, invece, per gli antagonisti dell’Ulivo, quella di un’opposizione intransigente. Un’immagine che è stata premiata alle elezioni del 2001.
3 - Nonostante ciò è ovvio che vi siano alcune gravi questioni nazionali e internazionali che richiedono una risposta comune. Il caso delle italiane sequestrate a Bagdad è esemplare. La guerra in Iraq non lo è, perché si tratta di una scelta che divide (e infatti ha spaccato America ed Europa). Ogni altro caso è un tributo alla maggioranza, una certificazione del buon operare del governo, una confusione agli occhi degli elettori. Qualcosa che in altri Paesi non avviene perché è una interruzione di democrazia.

L’argomento dell’innovazione merita una breve riflessione. L’innovazione dovrebbe salvare il Paese dal declino. Chiamare all’unità sul declino è costruire un grande alibi per chi il declino ha provocato. Cancella la responsabilità della parte che ha governato e ci dice ‟il problema è di tutti”, dunque è di tutti la responsabilità. In tal modo si chiede alla opposizione di consegnare un suo grande argomento. Ma ogni miglioramento ‟insieme” sarà merito di chi governa, da incassare quando si vota. Se esistesse un dizionario politico delle parole in uso per ammonire la sinistra alla modernità, ‟innovazione” risulterebbe nata dal pensiero Thatcher-Reagan-Bush padre. Benché suoni bene e appaia una moneta promettente, la sua strada inizia con la sconfitta dei minatori inglesi, il licenziamento di tutti i controllori di volo americani, la liquidazione dei sindacati e delle Union americane, la separazione del lavoro dalla cittadinanza, il trionfo del precariato, la fine di ogni assicurazione medica per decine di milioni di uomini, donne, bambini, la moltiplicazione siderale della distanza dal salario più basso alla remunerazione più alta di un’impresa. Adriano Olivetti diceva: "Non più di dieci volte, altrimenti si strappano tutti i patti sociali". Negli Usa, Paul Krugman, l’economista di Princeton, calcola che la distanza sia, adesso, di più di mille volte.
‟Innovazione”, così intesa, è esattamente la dottrina conservatrice di Reagan detta ‟Trickle down economy”, la ricchezza accumulata in alto che gocciola in basso e cola sui più poveri. Ora Reagan è stato, su certe cose, un gran presidente. Ma non un amico e un maestro della sinistra. L’innovazione è dunque da cercare in tutti i modi sul versante di chi ha a cuore i diritti di quel grande partner del capitalismo moderno che è il lavoro. Ma non può essere l’innovazione di Reagan, che è fondata sui tempi di Dickens. L’innovazione, per la sinistra e il lavoro, non può che avere, come autori, la sinistra e il lavoro. E il governo che la sinistra e il lavoro riusciranno a portare a Palazzo Chigi.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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