Allan Kardec nacque a Lione nel 1804, studiò con Pestalozzi e si diede ben presto ai sistemi educativi e alla morale. Insegnò chimica, fisica, anatomia, astronomia, elaborò un sistema mnemonico, ma divenne famoso come padre dello spiritismo. Perché Kardec? Perché due giorni fa, al processo delle Bestie di Satana, Mario Maccione, il medium del gruppo, ha spiegato: "È lui il mio spirito guida". Chissà se Maccione conosce le massime contenute nel Libro degli spiriti: "Non v'è fede incrollabile se non quella che può affrontare la ragione"; "Fuori della carità, non c'è salvezza". Sta di fatto che in questa storia tutto si oppone alla carità, alla ragione e alla morale. La notte tra il 17 e il 18 gennaio 1998, Maccione era seduto intorno a una buca con Nicola Sapone e Andrea Volpe. Accanto a loro, in cerchio, c'erano anche il sedicenne Fabio Tollis e la diciannovenne Chiara Marino, destinati a finire nella fossa lì in mezzo, dove sarebbero stati sepolti con un riccio di castagna in bocca. Da quel 1998 all'ultimo arresto, ha detto ieri Maccione, tutto si è compiuto nel segno del 6. Ha evocato una profezia di Tollis: "Volle immolarsi e diventare un demone, disse: questa storia finirà dopo 6 anni, 6 mesi e 6 giorni". E ha aggiunto: "Aveva ragione". In realtà i giorni sono dieci e perciò il calcolo di Maccione non ha senso. Non c'è niente che abbia un senso in tutta questa storia, se non quello che ognuno vuole trovarci. Non c'è nessun ordine superiore che governi queste insensatezze. Niente di niente. Solo aberrazione. Come nei diari passati di mano in mano, che contenevano le regole per la pratica dell'ipnosi. Con frasi tratte da testi di canzoni death metal. Tipo: "Schiaccia quelli che sono tuoi amici o che vorrebbero esserlo ma non ne sono degni. E poi ridi". Schiaccia? Amici? Ridi? Del resto, viviamo nell'epoca delle passioni tristi, ci dicono gli psichiatri. E anche se qui non si tratta né di passioni né di tristezza, qualcosa vorrà pur dire. Come si fa a parlare di passioni per la bestia "pentita" Andrea Volpe? Il quale si è presentato in tribunale per dire: "Chiedo scusa a tutte le persone presenti alle quali posso aver arrecato danno". Arrecato danno? Forse era più sincero quando ha scritto sul diario: "Noi siamo cattivi individui, plagiamo la gente e giochiamo con la loro vita". Sicuramente era più sincero quando scriveva i suoi precetti: "Sfruttare tutto al 100 per cento non umanamente dove non si può arivare umanamente". "Arivare", perché la bestia non conosce le doppie, figurarsi se può capire che cos'è l'"umanamente" o il "non umanamente". Quasi niente è umano, nel racconto di Volpe. Il viaggio in macchina di quella notte, il bosco in cui hanno trascinato le vittime designate, i fari dell'auto, la fossa, le coltellate, i colpi di mazza, i ricci di castagna, l'urina sui cadaveri, la frase finale: "E ora zombi saltate, saltate". Poi, a distanza di anni, il sangue della sua ex ragazza Mariangela bevuto come birra. E adesso: "Chiedo scusa...". Come si può non provare pietà per quella madre che, alla fine dell'udienza, mentre le bestie uscivano dall'aula, ha trovato la forza di urlare contro Leoni: "Bastardo assassino". Le bestie che annotavano formule matematiche, equazioni senza incognite: "2G + 2C.As - A.As". Senza incognite perché sapevano bene chi erano le G, cioè le Guide, chi gli A.As., gli Assistenti astrali, e soprattutto sapevano benissimo chi erano le C.As, cioè le Cavie astrali. Algebra allucinante, allucinata, demente. Come l'ortografia di quelle carte: "Chi deve affrontare un viaggio astrale sotto ipnosi negattiva... va affrancatto in totale assensa di posittività, o comunque di corpi estranei alle proprie conoscense...". C'erano una volta i compagni di merende, ora ci sono i compagni di sangue, quelli che brindano con il sangue delle loro vittime. "Vivevo fuori dal mondo" ha detto ieri il "medium" Maccione. Aveva 17 anni, Maccione, quando ha partecipato a quella che, ha spiegato, "credevo una messinscena, un gioco". Un gioco che si è concluso in una fossa con due ricci di castagna ficcati in bocca alle loro vittime perché soffocassero presto. In realtà, Maccione era tra i leader della prima ora. Come Sapone, l'idraulico che ha scritto nel nome il suo mestiere. Come Leoni il banconista all'ipermercato Metro di Corsico che ha preso in prestito il soprannome, Ozzy, dal suo idolo metal. Come il buttafuori Monterosso e il suo amico Zampollo, che a un certo punto arruolarono tra le Bestie anche il loro vicino di casa, Guerrieri, perché "era bravo a fare i tatuaggi". C'è il vicino di casa che ti convince a restare a cena dopo una riunione di condominio. C'è quello che ti trascina a bere con lui il sangue di un cadavere. Andrea Volpe è arrivato dopo, anche senza vicini di casa. Un parvenu con qualche precedente di rapine e spaccio. Un esecutore spietato che ora parla di "riti di umiliazione" ma senza trovare il coraggio di rivelarne i particolari. Troppo truculenti. Guerrieri precisa che non erano niente di speciale: si chiedeva agli aspiranti adepti di fare capriole o di bere boccali di birra fino a ubriacarsi ma senza vomitare. Goliardia. Maccione dice invece che quel che contava era solo essere presentati da gente fidata. Un giro paramafioso? Più o meno. Con contorno di Lsd, cocaina, alcol, musica death metal e tanta autosuggestione. L'importante era crederci. E continuare a crederci. Perché se non ci credevi più, rischiavi di rimanere schiacciato con una bella risata.
Ha collaborato Claudio Del Frate
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>