La politica estera bussa due volte alla porta sgangherata della politica italiana.
A Washington, nel corso di un pranzo di gala offerto da una grande organizzazione italiana americana, il Segretario di Stato americano ha detto che "Gli Stati Uniti terranno in considerazione l’Italia", una frase da sportello dell’Inps per tranquillizzare i titolari di domande inevase. Powell si riferiva al tardo e finora mai espresso desiderio dell’Italia di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza. Per la verità sulla questione del seggio italiano si era valorosamente impegnato negli anni 90 l’Ambasciatore Fulci che non aveva esitato a tenere testa alla poco garbata disattenzione americana. Ma questo avveniva prima del governo della Casa delle libertà. Berlusconi non ha permesso a Renato Ruggiero di occuparsene quando era uno stimato e conosciuto ministro degli Esteri italiano. Il premier, nei suoi portentosi dieci mesi alla Farnesina ("Ho rivoltato il Ministero come un calzino") deve essere stato troppo occupato a incrementare il lavoro degli ambasciatori-venditori (da allora la nostra bilancia commerciale è in profondo rosso) per occuparsi di Nazioni Unite. Come se non bastasse, lui e il suo entourage di dipendenti hanno dedicato all’Onu frasi di disprezzo e di scherno, usando allo scopo anche i giornali di regime. Intanto, col benestare degli Stati Uniti, Germania, Brasile, India e Nigeria si sono fatti promettere il seggio. Notare, per capire quanto il Segretario di Stato americano sia un accorto e cauto diplomatico, la seconda frase di Powell, quando ha definito l’Italia "Un buon alleato Nato". Ha, cioè, citato la nostra appartenenza a una alleanza che condividiamo con la rivale Germania (mettendoci, anzi, in fila dietro la Germania, che il seggio all’Onu l’aveva prenotato per prima) e che non ha niente a che fare con l’essere parte della ‟Coalizione dei volenterosi”, ovvero con la partecipazione alla guerra che Berlusconi cerca invano di vantare come titolo.
Come se non bastasse, Powell, ministro degli Esteri gentile e vago, se ne sta andando. Dunque guerra, morti, rischi, rapimenti e tensione che continua in Iraq sono serviti solo per un modesto spot che i tre Tg italiani hanno dedicato al ministro Frattini, uno che ormai non può più porre rimedio alla sequenza di omissioni, vanterie e errori del suo Primo ministro.
Il secondo colpo alla nostra porta, o meglio una ulteriore ragione di riflessione e di umiliazione per i danni che reca all’Italia questo governo, viene da un battibecco molto acceso in queste ore fra comandi militari inglesi e comandi militari americani.
Uno scontro che ha messo in subbuglio anche il Parlamento di Londra. È successo questo. Gli americani vogliono spostare truppe inglesi dalla zona relativamente calma del Sud e di Bassora al Nord insanguinato e in piena guerra tra Baghdad e Falluja. In questo modo, però, le truppe inglesi spostate al Nord ricadrebbero sotto gli ordini di ufficiali americani, e tutto ciò avverrebbe "per fare un favore a Bush in periodo elettorale".
I comandi britannici non ne vogliono sapere. Il Parlamento inglese è in tumulto. I più avversi sono i conservatori perché, dicono, non era mai accaduto nella storia. Mai i soldati inglesi hanno ubbidito a ufficiali stranieri. Non si può accettare, dicono in Parlamento, perché si altera il senso politico di quegli ordini. A quale Parlamento rispondono gli alti ufficiali inglesi che invece di comandare devono ubbidire ?
È un dibattito che umilia l’Italia. Anche per l’Italia non era mai accaduto dal 1945 di inviare truppe sotto comando straniero. Nel nostro caso gli ufficiali italiani di Nassiriya obbediscono a comandanti inglesi e americani. Lo stesso senso di orgoglio dovrebbe suggerirci di richiamare subito i nostri soldati.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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