L'incubo più diffuso nelle ultime notti prima delle elezioni era che i talebani scendessero dai loro covi sulle montagne armati di coltellacci. Una sorta di favola dell'orrore che terrorizzava l'intera provincia. "Nel buio avrebbero fatto irruzione nelle nostre case. Una per una. E controllato con attenzione le nostre mani. Se avessero trovato l'alone nero dell'inchiostro indelebile marchiato dagli scrutatori sulle unghie per segnalare che avevamo già votato (e impedire brogli), ci avrebbero inesorabilmente mozzato il pollice destro", raccontano scherzando, ma anche con un sospiro di sollievo, i giornalisti di ‟Air”, che sta per "Radio indipendente afghana". La più seguita nella regione di Kandahar. Sollevati, perché il 9 ottobre anche qui il voto si è svolto nella calma quasi assoluta, come del resto in larga parte del Paese. "Un fatto incredibile. Ha sorpreso anche i più ottimisti come me, tra i sostenitori del nuovo corso democratico", sostiene il governatore da 16 mesi, Mohammad Yusuf Pashtun. Lui stesso non l'avrebbe mai detto. Difficile prevedere che proprio nella roccaforte dei talebani, il centro dell'oltranzismo fondamentalista afghano, la città dove sino all'ottobre 2001 viveva superprotetto il mullah Omar, dove Osama Bin Laden girava quasi indisturbato ai tempi in cui pianificava gli attacchi al cuore degli Stati Uniti, e dove meno di un anno fa Hamid Karzai si è salvato per un soffio da un attentato ben pianificato, le operazioni di voto potessero filare tanto lisce. Non basta spiegarlo con la tiepida soddisfazione della popolazione per le nuove costruzioni del centro, le strade asfaltate e la relativa pulizia dei marciapiedi rispetto a pochi anni fa. In ogni caso la crisi economica resta acuta. Qui la povertà è di casa, aggravata da 8 anni terribili di siccità, che stanno mettendo in ginocchio tutte le attività agricole. E del resto le avvisaglie del pericolo terrorismo c'erano state. Dal marzo 1993, quando sulle colline della zona è stato assassinato un suo dipendente, la Croce Rossa non esce dall'abitato di Kandahar. Diverse organizzazioni non governative sono andate all'estero da dopo che, 4 mesi fa, vennero uccisi 6 volontari di Medicins Sans Frontieres. "Sapevamo che i talebani stavano organizzandosi per boicottare il voto nel sangue - aggiunge Pashtun - L'8 ottobre avevamo trovato un autobotte con 27.000 litri di benzina, oltre che mine e razzi, destinata a esplodere davanti a un seggio. La guidavano 3 pakistani legati a Al Qaeda. Nei giorni precedenti erano state fermate e disinnescate tre autobomba. E una settimana prima avevamo individuato una cellula di 18 talebani armati sino ai denti che stava attraversando il confine da Quetta per raggiungere la cittadina afghana di Spin Boldak e da qui percorrere in auto i 100 chilometri che conducono a Kandahar. Ben 12 sono stati catturati, 6 uccisi nello scontro a fuoco, solo uno è riuscito a fuggire". Ma cosa ha evitato il peggio? "Il fatto che la nostra polizia stia finalmente imparando la lezione. Due anni fa erano poveri miliziani abituati alla guerriglia. Oggi stanno diventando agenti di sicurezza. E forse va anche aggiunto che la forza dei talebani, assieme ai terroristi stranieri di Al Qaeda, non è più tanto rilevante. Forse non più di 2.000 uomini armati qui nella provincia di Kandahar. Ma soprattutto la volontà della popolazione, anche quella pashtun da sempre più tradizionalista, anche gli ex militanti del fondamentalismo islamico, che non ne può più di guerre. E ha visto nel voto uno strumento per cambiare pagina". Lo conferma l'entusiasmo con cui si svolgono le operazioni di scrutinio nello stadio di Kandahar. L'Unema (l'organizzazione Onu che quasi due anni fa iniziò a pianificare il voto) ha montato una serie di grandi tendoni bianchi divisi in 5 aree per le diverse province della regione: Nimros, Helmand, Urzugan, Zabul e Kandahar. Ieri non si è lavorato per festeggiare il primo giorno di Ramadan. Giovedì invece le urne venivano svuotate su grandi banconi di plastica e le schede suddivise sui 18 nomi dei candidati alla presidenza. In serata era straripante il settore destinato a Hamid Karzai, seguito a molta distanza da quello di Mohammad Yunus Qanuni, e quasi invisibili quelli per Massuda Jalal (l'unica donna in lizza) e Mohammad Mohaqeq. Difficile dare risultati concreti, se non la vittoria già annunciata di Karzai. Ma almeno un elemento è evidente: la partecipazione si rivela massiccia, compresa quella delle donne. Un dato importante, se si ricorda che in questa provincia dell'Islam profondo la presenza femminile nella vita pubblica resta praticamente invisibile. Lo era nell'era talebana (catturarono Kandahar nel settembre 1994 senza sparare praticamente un colpo), quando le donne, pur in burqa, non si vedevano quasi, neppure a metà giornata al mercato locale. E lo resta adesso. "È vero, siamo una società super-conservatrice, anche per gli standard di Kabul. Basti pensare che nella mia università su 1.200 studenti iscritti le donne sono solo 35 e tutte arrivate dal Pakistan con le ultime ondate di ex profughi", dice il rettore, Hayatullah Rafiqi. La provincia di Kandahar conta circa un milione e 700 mila abitanti, di questi si è registrato al voto oltre il 65%. La percentuale di chi è andato alle urne sfiora l'80 . "Il tasso di partecipazione femminile è stato di quasi il 50% persino sui villaggi di montagna, presso le zone tribali che confinano con il Pakistan", racconta entusiasta Zarghuna Acckzai, responsabile del seggio femminile di Spin Boldek. Nella loro tenda uno straniero accede con difficoltà. Prima di entrare mille occhi ti scrutano con diffidenza. E alla fine gli uomini decidono che le interviste con le donne sono possibili, ma accompagnati da un anziano che funge da "guardiano" e la richiesta di non restare troppo a lungo. Sono sufficienti poche parole per cogliere la loro soddisfazione. "C'è un cambiamento e in meglio", dice discreta Shukria Habibi, una brunetta con il capo coperto da uno scialle sgargiante, diverso dal celeste monotono dei burqa. E aggiunge: "C'è un vecchio proverbio afghano che descrive le fortune e i fatti belli. Dice: cerchi qualche cosa in cielo e improvvisamente lo trovi sulla terra. Queste sono state le elezioni".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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