Rosanna aveva 15 anni, frequentava la seconda ragioneria, sapeva bene quel che stava accadendo, anzi aveva già visto con i suoi occhi ciò che poi i libri di storia avrebbero raccontato a tutti gli italiani. Quel che Rosanna Petronio aveva visto, i primi di novembre 1953, erano le manifestazioni contro gli Alleati che amministravano Trieste da nove lunghi anni, gli scontri con la polizia, i morti nella chiesa di Sant'Antonio, la consacrazione del vescovo Santin. Giorni drammatici, che Rosanna ricorda ancora con una smorfia di dolore, anche se oggi, a sessantacinque anni, seduta al Caffè degli Specchi di Piazza Unità d'Italia, che quel 26 ottobre era l'ombelico del mondo, dice: "Io sono un'inguaribile ottimista e ho sempre creduto che gli italiani sarebbero arrivati a liberarci". Rosanna ha ricordi ancora più lontani: il bombardamento del 10 giugno '44, quando fu colpita la raffineria in cui lavorava suo padre: "Mia madre, disperata, cercava di sapere qualcosa, finché l'ha visto salire dalla strada, tutto nero e sporco, gli è corsa incontro ad abbracciarlo, forse pensava già che fosse rimasto sotto le bombe". Famiglia umile, fedele al lavoro, alla Chiesa e alla Patria. Sua madre istriana con molti parenti fuggiti a Trieste durante l'occupazione titina. Suo padre lavorava come meccanico alla Raffineria Aquila . "Si viveva un clima molto brutto - dice Rosanna - a scuola ogni occasione era buona per protestare, anche senza il permesso dei genitori. Ma diciamo che i miei, che erano molto severi, non me lo proibivano e io sapevo che potevo trasgredire. Così, a 14 anni avevo visto gli spari di Sant'Antonio e sono ricordi che mi porto dietro: gli inglesi che caricavano a cavallo, e sparavano per cercare di sparpagliare il corteo dei giovani. L'anno è passato in un'atmosfera di malessere generale. Si anelava: quando arrivano, quando arrivano, quando arrivano?". Dopo quei giorni di novembre tutto è peggiorato. "Con i morti a Sant'Antonio, provocati dalla polizia, gli animi si sono incattiviti, lì ho visto gente piangere davvero, mi ricordo che le voci passavano di bocca in bocca, dicevano: hanno ammazzato uno, hanno ammazzato un altro. La gente sulle prime non ci credeva, ma poi quando è arrivata la conferma, si sentiva crescere l'odio, sì, proprio l'odio...". Il momento annunciato per l'arrivo degli italiani non era un mattino ma una notte: tra il 25 e il 26 ottobre. "Noi sapevamo che gli italiani sarebbero arrivati di notte, invece sono arrivati al mattino". Rosanna abitava al quarto piano di una casa in via Goldoni, con i suoi genitori, non distante da corso Italia. Quella mattina stava facendo colazione, quando si sparse la voce che gli italiani erano arrivati a liberare Trieste: "Già si cominciava a sentire la gente che andava verso la piazza, cantando, urlando. Io fremevo, scalpitavo, volevo andare anch'io... Mia madre indugiava con mia zia... Allora, a un certo punto io e mia cugina Loredana, che in quei giorni stava a casa nostra, ci siamo dette: andiamo via. Piano piano ci siamo avvicinate alla porta e senza stare ad aspettare il no di mia madre, abbiamo urlato: noi andiamo, e via giù per le scale e poi per corso Italia...". Lo spettacolo in cui si trovano immerse è quello che avevano sognato per anni: "Trieste era un inno alla gioia: la folla ci portava, ci ha spinto fino alla piazza, dove c'era una marea di persone: signore anziane che lanciavano garofani ai bersaglieri, ragazze che si arrampicavano sui camion e baciavano le truppe, abbracciavano gli italiani baciandoli e ribaciandoli sotto la pioggia. Io ero uscita con un cappottino, l'ombrello e una bandierina tricolore in mano. La città era tutta imbandierata, si sentiva dovunque l'Inno di Mameli, da una parte all'altra della piazza. Altri cantavano Le ragazze di Trieste...". Il refrain faceva così: "Le ragazze, le ragazze di Trieste cantan tutte con ardore:/ oh Italia, oh Italia del mio cuore,/ tu ci vieni a liberar!". Tra le ragazze di Trieste, quel 26 ottobre, c'erano anche le ragazze che si erano unite ai soldati americani: "Tantissime - ricorda Rosanna - si sono sposate con gli americani. Qui si diceva una cattiveria: che erano il peggio delle ragazze, non certo il fior fiore, quelle facili... Dicevano ai soldati: portatevele via, così fate un po' di pulizia. Ma non era vero, c'erano anche tante giovani brave che poi sono andate ad abitare in America". Quel giorno, comunque, Trieste aspettava l'Italia affacciata a balconi e finestre di questa splendida piazza. Persino dai pennoni altissimi delle bandiere e dalla Fontana dei Quattro Continenti: oggi l'unica variante architettonica, rispetto al 26 ottobre di cinquant'anni fa, è proprio la posizione della fontana. Rosanna era troppo timida per saltare sui camion degli italiani come facevano le sue coetanee, era troppo timida per strappare le penne dai cappelli dei bersaglieri. "Non ricordo fino a che ora rimasi in piazza con mia cugina, ma quando tornai a casa, nel pomeriggio, mia madre mi disse: oggi è una giornata che non posso sgridarti. Tornammo in piazza con mio padre, la gente confluiva da tutte le vie. Mi ricordo che c'era pure il sindaco, Gianni Bartoli, che chiamavano Gianni Lagrima perché si commuoveva facilmente, ma quel giorno c'era un'euforia contagiosa. Poi, nei giorni seguenti, sono arrivati gli incrociatori, la Vespucci... Io saltavo e ballavo con mia cugina. Mia madre disse: resterei qui per sempre, non mi muoverei mai".
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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