Mano destra sul cuore. Ogni mattina, nelle scuole degli Stati Uniti, si canta la delicata tensione di America the beautiful, s'intonano le cadenze stridenti di Hail to the Chief e di The Stars and Stripes Forever. Una nuova giornata è spuntata alle porte dell'impero e il presidente Bush ringrazia dio aprendo la sua bibbia su un versetto del libro dell'Apocalisse. L'ouverture mattutina, in tutta la sua complessa partitura simbolica, viene spiegata nota per nota in Destino manifesto. L'espansionismo americano e l'Impero del Bene, un volume di Anders Stephanson, svedese di origine ma di formazione inglese che, come spesso accade negli ambienti cosmopoliti della ricerca, ha scelto di insegnare storia alla Columbia University di New York. Ma c'è stato un giorno, un anno, una guerra in cui la celebrazione mattutina del "destino manifesto", un'espressione coniata a metà degli anni quaranta del XIX secolo dall'imprenditore John O'Sullivan per definire la missione degli Stati uniti di espandersi sul continente, cambiò di senso. Non era più soltanto il rito millenaristico per ringraziare la "provvidenza" per il ruolo mondiale assegnato alla nazione, un patriottismo che ha ispirato tanto Alexander Hamilton quanto Martin Luther King, ma annunciava il rombo dei cannoni. Era l'inizio del 1898 e il futuro presidente americano Teddy Roosevelt saliva a bordo di una lancia della marina diretta a Cuba per dare battaglia agli spagnoli. Il focoso colonnello dei "Rough Riders", un reggimento di cavalleria costituito da cowboy e cacciatori della costa occidentale, e da atleti e studenti dei college di quella orientale, non solo trovò appagante sparare ad uno spagnolo ma, pochi anni dopo, avrebbe usato la stessa retorica patriottica evocando la missione "civilizzatrice" degli Usa nei confronti dei popoli "non civilizzati", abbandonati alla notte del dispotismo e della barbarie culturale, in nome del destino manifesto della propria nazione.

Politica di potenza.
Non era la prima volta che l'imperialismo americano si esprimeva nel teatro mondiale, l'annessione delle isole Hawaii e quella mancata delle Filippine erano state le sue manifestazioni più fragorose, ma diventava allora programma di governo all'interno di una politica di potenza che nulla aveva da invidiare a quella degli stati europei. Celebre era stata la battaglia del presidente Grover Cleveland per distinguere l'imperialismo "europeo", tipicamente colonialista ed "estraneo alla tempra e al genio di questo popolo libero e magnanimo ed opposto al sentimento, al pensiero e allo scopo dell'America", destinata a "diffondere la pace e la giustizia nel mondo". Ma ugualmente determinante fu la mediazione di Roosevelt che trasportò la volontà egemonica dei suoi predecessori all'interno dello spazio geografico mondiale e, allo stesso tempo, la ridefiniva all'interno dell'espansione dei mercati agricoli e manifatturieri nei quali gli Stati uniti erano diventati leader alla fine del XIX secolo.
La crescita del paese dell'aquila calva avrebbe ben presto travolto l'egemonia britannica che dominava all'epoca il mercato mondiale. Intorno al 1850, infatti, gli Stati uniti diventavano egemoni sul mercato delle macchine per la produzione su grande scala di armi di piccolo calibro. Era il primo gradino che avrebbe portato il paese nei primi anni del secolo successivo alla costruzione di un warfare su scala mondiale. Dapprima potenza regionale, limitata dall'egemonia britannica, il gigante americano conquistò posizioni a cavallo della prima guerra mondiale quando, nel 1910, giungeva a controllare il 31% delle riserve auree mondiali mentre, dopo la guerra, ripagava il debito con l'Inghilterra, diventandone a sua volta creditore. In meno di un decennio il vecchio sistema monetario mondiale fu schiacciato dalla spinta del capitale americano.
L'espansione industriale e finanziaria del capitale americano si accompagnava alla definizione di un'egemonia culturale ispirata ad una doppia matrice: quella del messianesimo protestante e quella del determinismo positivistico. La prima matrice, precisa Stephanson, derivava dal tema biblico del popolo eletto che uno dei giganti della politica americana, Thomas Jefferson, con il consenso di John Adams e di Benjamin Franklin, inserì nel 1776 nella costituzione. Da allora, quello dell'Apocallisse è probabilmente il libro della Bibbia più letto dai presidenti americani: racconta dello scontro tra il Bene e il Male e si conclude con il ritorno del Messia. Ciò rende la narrazione godibile per il grande pubblico, soprattutto quando interseca la storia americana come l'ultima fase, quella determinante, prima dell'avvento del "nuovo millennio": il cielo scenderà sulla terra, gli uomini saranno giudicati secondo il loro merito e verrà istituita l'ultima epoca pacifica prima della fine dei tempi, lo "Shabbat perpetuo" che è una metafora protestante per annunciare quello che Francis Fukuyama avrebbe molto più tardi definito "la fine della storia".
Nel XIX secolo il messianesimo protestante dei coloni anglosassoni giunti sul nuovo continente tra il 1620 e il 1660 veniva innestato sulla pianta del socio-biologismo di Herbert Spencer, un ex ingegnere delle ferrovie che divenne l'intellettuale di lingua inglese più influente della seconda metà dell'Ottocento. Questa teoria affermava "la superiorità dei più idonei" nella lotta per la sopravvivenza dei popoli, una lotta che avrebbe portato l'umanità a uscire dalla barbarie e dall'anarchia politica. Spencer aggiungeva che solo il capitalismo laissez-faire avrebbe dato la spinta per trasformare la lotta per la sopravvivenza una pacifica competizione tra le nazioni.
All'alba del nuovo secolo, quello che avrebbe sancito la realizzazione della profezia del "destino manifesto", la supremazia economica statunitense si accingeva a diventare potere egemonico mondiale partendo dal connubio tra il socio-biologismo di Spencer, il capitalismo e il messianesimo protestante. Accanto alla nuova, e rivoluzionaria, organizzazione fordista del lavoro, infatti, l'americanismo diffondeva a livello mondiale anche i suoi contenuti sociali di cui Stephanson non manca di ricostruirne la genealogia intellettuale: filosofi come John Burgess, esperto della teoria dello stato di Hegel e professore di legge di Theodore Roosevelt, storici militari come Alfred T. Mahan, tutti affermavano il carattere razziale e di classe del dominio dei bianchi sui popoli "altri", non importa se entro i confini nazionali o sullo scenario mondiale.
Fu poi la visione utopistica di Woodrow Wilson della Lega delle Nazioni e soprattutto quella di Franklin D. Roosevelt a chiarire definitivamente la natura della nuova egemonia americana, fondandola su basi egemoniche ispirate a un contesto culturale meno imbarazzante: il liberalismo politico inglese che univa il tema della predisposizione cristiana della nazione americana con quello della sicurezza collettiva, fondamentale per creare con Alfred Kahn nel secondo dopoguerra gli strumenti della guerra fredda contro il comunismo, in primo luogo la "politica del contenimento".
Una volta sconfitta l'egemonia britannica, scriveva Karl Polanyi ne La grande trasformazione, cadeva infatti il miraggio libero-scambista, secondo il quale il mercato poteva auto-regolarsi portandosi dietro l'automatismo della base aurea e il libero scambio internazionale. Sconfitti poi i nazisti, il mercato capitalistico postbellico divenne un prodotto politico dell'egemonia americana, costruito appositamente su una decisione politica consapevole. Ciò consentì di aggirare i problemi strutturali del mercato mondiale britannico, inseparabile dalla dipendenza dal commercio estero, dall'influenza pervasiva delle sue istituzioni commerciali e finanziarie, dalla fondamentale dipendenza tra le politiche economiche nazionali e quelle utili all'integrazione economica mondiale.

In cerca di legittimità.
Con la presidenza di George Bush padre i limiti dell'egemonia americana, ricorda Stephanson, sono sotto gli occhi di tutti: alla grande repressione del dissenso interno avvenuto nella prima e nella seconda guerra mondiale, con la "guerra al terrorismo" è subentrato oggi il drammatico aumento della povertà di massa, mentre il richiamo ideale a una democrazia mondiale governata da un nucleo normativo a livello internazionale è risultato per sua natura rigido e inapplicabile su una scala così vasta da parte di un'autorità, quella dell'Onu, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale che non riescono più a tenere saldo l'ordine politico mondiale.
L'egemonia americana sconta oggi la crisi più generale del liberalismo politico, non ha più gli strumenti utili per garantirsi la legittimazione, troppo deboli e comunque non garantiste sono le sue risposte alle minoranze che chiedono il riconoscimento dei propri diritti, inesistenti sono quelle per i popoli che pretendono autonomia, libertà e democrazia. Una crisi che non sarà certo risolta ricorrendo alle chiacchiere sul match tra il Bene e il Male o camminando sulle ginocchia invocando l'avvento del Nuovo Millennio della Libertà.

Torna alle altre news >>