Dopo l'euforia delle elezioni, restano i "signori della guerra", i banditi sulle strade, l'estremismo islamico, la paura del personale straniero. Venire nelle province più occidentali significa ritrovare l'Afghanistan di sempre. Sono racconti poco noti. Per esempio, un paio di mesi fa vennero distribuite decine di volantini inneggianti "all'assassinio immediato" di qualsiasi afghano lavorasse con "crociati, spie sioniste e nemici stranieri". Firmato: Movimento Islamico dei Talebani. Di fronte alla Masjid-e-Jam, l'antica moschea di questa che una volta era considerata la Firenze dei Medici della regione, ti spiegano che la taglia su ogni occidentale è 3 mila dollari. Minacce di cui fu quasi vittima l'anno scorso un tecnico dell'organizzazione non governativa italiana Alisei. Lorenzo Bianchi venne aggredito da un gruppo di uomini armati nella provincia di Farah: l'auto bruciata, l'autista picchiato. "Fu costretto a terra. Derubato di tutto, stavano per sparargli alla nuca quando si mise a recitare in arabo i primi versi del Corano. Gli erano stati insegnati per le situazioni di pericolo. Ha avuto il sangue freddo di ricordarli. È stato risparmiato", dicono alla sede locale. Ci eravamo un po' illusi che l'inaspettato successo delle elezioni presidenziali del 9 ottobre significasse anche un Paese nuovo, sulla via della normalizzazione. "Non è assolutamente così. Chi parla di Afghanistan post-conflitto non conosce la realtà", sostengono all'unisono i responsabili di Onu, Croce Rossa Internazionale e organizzazioni non governative straniere a Herat. "Rispetto a un anno fa la situazione è anzi peggiorata. Ormai nessun occidentale viaggia più fuori dalle città. Intere province restano terra di nessuno, non ci vanno neppure le pattuglie americane". L'insicurezza è generale ma basta la situazione di Herat per spiegare lo stato d'anarchia generato dal potere dei "signori della guerra" e dal retaggio di oltre un quarto di secolo di conflitti. In questa regione di oltre 2,2 milioni di abitanti dal 1979 spadroneggia Ismail Khan. Lo chiamano l'"emiro di Herat" da quando si mise alla testa di 20.000 mujahidin nella lotta contro i sovietici, sostenuto allora da Iran e Usa. Dopo la ritirata dei russi arrivarono però i talebani, nel 1995, e Khan si rifugiò in Iran per tornare a Herat nel 2001. Da allora l'emiro diventa re assoluto. "Khan si dimostra un bravo amministratore. Herat è presto pacificata sotto il tallone di ferro dei suoi miliziani. Ma non rispetta il governo di Karzai. Vieta alla tv locale di ritrasmettere i programmi di Kabul, blocca la stampa che arriva dalla capitale. Si oppone al liberalismo nei confronti delle donne che invece vorrebbe Karzai", spiega Saeed Haqiqi, uno dei più noti giornalisti della città. Una situazione insostenibile per il governo di Kabul. Così agli inizi di quest'anno Karzai tesse una rete di alleanze con tre "signori della guerra" della regione: Amanullah Nikzad nel sud, Zoher Nokeb a est e Ibrahim Malekzodeh a nord. Il 21 marzo infliggono un duro colpo quando viene assassinato a colpi di mitra e bazooka il primogenito di Khan, Mirwais Sadiq. Ne seguono quindi vendette e battaglie urbane con oltre 200 morti. In palio c'è anche il controllo del mercato dell'oppio e dei dazi al confine con l'Iran, almeno 4 milioni di dollari al mese. L'attacco dei tre rivali si intensifica a ferragosto, altri 100 o 200 morti e il ritiro di Khan dalle periferie. Ma il colpo più grave giunge l'11 settembre, quando Karzai nomina un nuovo governatore locale, Mohammed Khair Khuwa, diplomatico di carriera. "A sole 48 ore dalla nuova nomina abbiamo assistito a una ventata di libertà senza precedenti. Alla tv sono apparse annunciatrici donne, tutti i gruppi politici hanno avuto accesso ai media. I preparativi per le elezioni sono diventati molto più seri", aggiunge Haqiqi. Però Khan lancia la sua vendetta, attaccando sedi Onu e di organismi umanitari. E da allora, salvo che per il giorno delle elezioni, nessun osservatore occidentale si reca più nelle province. Molti vengono invece evacuati all'estero. "Herat è tornata ai tempi della guerra civile", protestano in molti. Ma la logica di Karzai sembra vincente. A Khan offre il ministero di Miniere e Industria. Questi rifiuta. Ma poi si dice pronto a ricevere quello degli Interni o della Difesa. "Andrò presto a Kabul per parlarne con il presidente, se venisse confermato dal voto", dice ai giornalisti. Noi lo incontriamo nel giardino coltivato a roseti nella sua gigantesca villa, attorniato da uno stuolo di consiglieri e miliziani. C'è chi ritiene stia tessendo la vendetta, ma anche sia alla ricerca di un compromesso onorevole. Khuwa intanto si dice "fiducioso" che il rivale possa venire assorbito dal nuovo governo. "Sarà lui a decidere. Mi sembra che Khan possa giocare un ruolo importante nella politica nazionale", dichiara al ‟Corriere”. Lo confortano i dati dell'organismo Onu preposto a raccogliere le armi delle milizie, il cosiddetto Ddr (Disarmo, smobilitazione e reintegrazione). "Dal giorno della sostituzione di Ismail Khan il numero dei miliziani disposti a rendere le armi da battaglia è quadruplicato", dicono alla filiale locale del Ddr. E nel vicino ufficio addetto allo scrutinio elettorale i dati sono ancora più confortanti. A Herat e nelle tre province limitrofe hanno votato un milione e 100 mila persone, il 60% degli aventi diritto. Soprattutto la città sembra pronta a giocare il vecchio ruolo di centro illuminato che aveva nel passato, quando le sue donne erano tra le più emancipate della regione. Il loro tasso di partecipazione al voto è stato del 49,51%: il più alto di tutto l'Afghanistan.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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