Italia! Italia! Che ore memorabili, in quell'alba di pioggia e bora a Trieste, il 26 ottobre di 50 anni fa. La folla bloccò la colonna dei nostri, le mule impazzite spennarono i bersaglieri, i bambini furono buttati in braccio ai militari sui camion, i vecchi piansero di gioia, l'acqua ingorgò i tromboni della banda americana schierata a salutare i nostri. Tutto il protocollò saltò, le strade allagate divennero un carnevale di Rio. L'Italia invocata arrivava con fanfare e bandiere a segnare la fine del limbo, il governo provvisorio anglo-americano. L'Italia, e non solo quella. Entrava in una folla immensa, a passo di corsa e suon di fanfare, la certezza che la città "cara al cuore" - lasciata sola a pagare il prezzo della guerra perduta - non venisse assegnata alla Jugoslavia comunista, come i Grandi avevano deciso nel '41. Irrompeva, incontenibile, all'ombra di San Giusto, la felicità per l'isolamento che finiva, per l'ultimo pezzo di guerra che andava in archivio, per la storia che si rimetteva in moto. Ma arrivò soprattutto la Repubblica. Laica, antifascista e fondata sul lavoro. Repubblica. Ma è proprio questa parola scontata che oggi fatichi a trovare nelle celebrazioni, nei labari, nel mare dei tricolori, nella massa imponente di mostre e manifestazioni messe in campo dalla città dall'inizio di quest'anno. Se togli la presenza del Capo dello Stato, che il 4 novembre chiuderà alla grande il cinquantennale, poco se ne parlerà e poco se n'è parlato fin'ora. "La Repubblica?" minimizza allegro il sindaco berlusconiano Roberto Dipiazza. "È superfluo ricordarla. È implicita nella parola Italia". Ma in un luogo ferito dalla storia, schiacciato dai totalitarismi, segnato da deportazioni, vendette, cortine di ferro, orrori politici e razziali, nulla è superfluo e tutto, ancora oggi, ha significati sotterranei e precisi. Soprattutto i silenzi e le omissioni. Specialmente a Trieste, dove la gestione della ricorrenza - con i suoi cinque milioni di euro - è stata delegata al vicesindaco Paris Lippi di Alleanza Nazionale, con dietro un partito che ci teneva da morire. E attendeva questo momento da anni. Tutti si aspettavano labari e gagliardetti, ennesima riesumazione di foibe e orrori "slavocomunisti", attacchi agli sloveni che nel '45 tifavano per la Jugoslavia di Tito. Invece niente. An ha cambiato tattica. Ordini romani, da Fini in persona, con dietro i colonnelli Gasparri, Storace e Menia. Era dura cercare la rissa, evocare ancora nemici, senza più Jugoslavia e comunismo alle porte, e con la sinistra ancora a recitare mea culpa per aver minimizzato esodo istriano e infoibamenti. Durissima, soprattutto con la Slovenia nell'Unione Europea. Si rischiava il ridicolo, tanto più stando al Governo. Così si è scelta un'altra strada, berlusconiana: l'happening. Una maratona lunga un anno di concerti, sagre, bande, feste, raduni, cabaret, riflettori, raid e staffette, dai vespisti agli alpini; un'overdose di tricolori, esposti nelle strade da marzo in ogni tipo di foggia, grandezza e positura; abbinati a gadget, T shirt, zainetti; trasformati in bandiera vivente da Guinness. Un buon apparato di mostre, con foto inedite dei Fratelli Alinari, altre raccolte dai civici musei, rassegne sull'architettura e la ricostruzione rigorosamente concentrate sulla fase post-bellica, senza fascismo e senza comunismo, apposta per evitare contrapposizioni. In nome, si dice, dell'unità nazionale. "Una celebrazione funeraria" brontola oggi Stelio Spadaro dei Ds. In realtà non s'era mai visto a Trieste un patriottismo più giulivo e all'acqua di rose. Piazza dell'Unità ridotta a palco permanente di eventi rock; la città italianissima sempre più assediata da musiche afro-americane; il Tricolore usato alla carlona, appeso al contrario, confuso col vessillo ungherese che ha strisce orizzontali (ne sono stati comprati interi stock), stinto e sbrindellato dopo mesi di sovraesposizione alle intemperie, lasciato fuori di notte sui pennoni. Senza l'atto dovuto dell'ammainabandiera. Xe come straze, protesta qualcuno anche a Destra, i tricolori sono diventati come stracci, a dire che mai Trieste era arrivata patriotticamente così spompata a un evento. Forse era ora, dopo anni di memoria ossessiva e di conta dei morti. "Il clima in città è molto più aperto", sostiene raggiante il sindaco. Il fatto è che dietro l'inondazione di bandiere, il frastuono del rock, il buonismo unitarista, passano le omissioni, niente affatto casuali. Lo si è visto da mesi, a partire dal riassuntino storico degli eventi distribuito alle scuole. Nel compendio, nemmeno mezza riga sulle leggi razziali proclamate dal Duce a Trieste. Nessun accenno, come si diceva, alla Repubblica. Niente sulla guerra dichiarata ai vicini. Nulla sul "mix" etnico di questa frontiera e quindi su un'idea di cittadinanza dove la lingua non conta. Omertà sull'ingresso di Lubiana in Europa. Le scuole della locale comunità slovena - e persino quella ebraica - lasciate fuori dall'iniziativa come estranee alla casa-Italia. E che dire dell'accenno - inesistente - a chi ha liberato davvero Trieste: i patrioti antifascisti, il 30 aprile del '45, un giorno prima dell'arrivo dei titini. Il vicesindaco delegato al cinquantenario, protesta il locale segretario della Uil, Luca Visentini, "non nomina mai coloro che hanno ridato l'onore all'Italia dopo il disonore del fascismo". Ma la gaffe più straordinaria riguarda gli angloamericani, definiti dai loro strenui alleati in Iraq non come liberatori ma come "occupatori". Alla pari dei nazisti che inglobarono Trieste al Reich. O degli jugoslavi che tennero la città nei quaranta, terribili giorni delle foibe. Non è solo banalizzazione del fascismo, spiega il politologo istriano Paolo Segatti. "È il tentativo degli eredi di Almirante di accreditare se stessi come unici difensori dell'italianità, e questa faccenda privata di An rischia non solo di inquinare una celebrazione sacrosanta, ma di non far capire all'Italia cosa accadde davvero qui". Insomma, sotto il Tricolore niente. Il rischio è questo. Il silenzio sulla patria come libertà e democrazia. La fuga da una ricostruzione storica completa. Il cloroformio su un evento complesso che l'Italia non ha mai capito e ora nemmeno i giovani triestini sentono più. "Non è vero - protesta Lippi - abbiamo previsto dibattiti con alti esponenti della Sinistra, abbiamo chiamato l'università nel comitato organizzatore, insomma ci siamo sforzati al massimo di essere super partes". Basterà a fare un po' di luce? Roberto Spazzali, autore di un libro nuovissimo - La Patria chiamò - sulla guerra di liberazione antifascista nella Venezia Giulia: "Con i soldi del cinquantenario del 1918 si misero a posto scuole, si ristrutturò il museo, si fecero celebrazioni composte. Oggi si poteva fare come allora. Si poteva lavorare su un serio recupero della memoria dopo anni di manipolazioni. Invece niente". Alla fine, osserva lo storico Giampaolo Valdevit, autore di Trieste, periferia inquieta, tutti si sono messi a rincorrere la Destra, in questa par condicio della memoria che fa tanto comodo ai nostalgici. La concessione - annunciata venerdì dal Quirinale - della medaglia d'oro ai sei morti del 1953 nella rivolta contro gli angloamericani, è stata chiesta da tutti i partiti sulla scia dell'ex Msi. Questo non toglie che sia una "scelta discutibile" insiste Valdevit suscitando un mare di polemiche. Impossibile capire la regia di An senza entrare in ciò che Trieste è stata per il Msi. Con Tito alle frontiere e la fuga in massa degli istriani dalla Jugoslavia comunista, qui e solo qui i fascisti poterono riciclarsi come patrioti. E paradossalmente l'Italia lasciò che ciò avvenisse, forse per il senso di colpa per aver fatto pagare solo ai giuliani il costo della guerra persa. E così, racconta Fabio Forti, presidente dei Volontari della libertà che liberarono Trieste dai nazifascisti, "nella logica della guerra fredda noi fummo dimenticati e all'Msi fu lasciato il monopolio dell'italianità". Ecco perché la parola Repubblica diventa centrale. E sarà forse solo Ciampi, il 4 novembre, a rimetterla al suo posto, invitando sul palco i veri liberatori di Trieste, appunto i Volontari della libertà. "Qui la resistenza non comunista è stata ignorata - insiste Forti - la gente ignora che il Tricolore sul municipio, il 30 aprile del '45, l'abbiamo innalzato noi e non altri. E quando il giorno dopo vennero i titini a cacciarci via col mitra, fu il nostro caso a far capire al Paese che Trieste rischiava forte di passare alla Jugoslavia".
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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