Si chiama Epilobium angustifolium, detta fireweed in inglese. È un'erba selvatica e le popolazioni native della Kamchatka, nell'estremo oriente della Russia, ne fanno un'infuso da bere come un tè. Poi c'è il "pino nano della Siberia", o Pinus pumila (kedrach in lingua locale), piccola conifera sempreverde che si adatta bene a quella regione: i nativi della Kamchatka sapevano da tanto tempo che masticare i suoi aghi, ben tritati, fa bene alle gengive, mentre bolliti curano malattie dei polmoni e influenza - e masticare la resina del pino, come una gomma, aiuta a curare maldigola e tosse. La corteccia fresca era usata per curare ferite e scottature, perché è cicatrizzante, e gli aghi alleviano irritazioni della pelle. Lo sciroppo di pino, ottenuto facendo bollire gli aghi freschi nello zucchero, conserva l'aroma e molte delle proprietà della pianta e fa un po' le veci del miele - nel clima rigido della Kamchatka le api non sopravvivono. Il tè della foresta o gli aghi e la corteccia di pino siberiano sono esempi di quello che in linguaggio convenzionale si chiamano "prodotti non-legname della foresta" (non-timber forest products): risorse che si possono trarre da una foresta senza tagliarne gli alberi. Ce ne sono infiniti altri - ogni foresta, a ogni latitudine, offre frutti spontanei, erbe, fibre. Per le popolazioni native dell'estremo oriente russo raccogliere erbe e corteccie selvatiche era un'attività importante, spiegava giorni fa la signora Elena Posvolskaja ad alcuni partecipanti di Terra Madre - la rassegna internazionale di "comunità del cibo" organizzata a Torino da Slow Food. Leader della comunità Tarya dei nativi Itelmen (la "Nazione Eveni", per usare il nome collettivo delle popolazioni native di quella regione), la signora Posvolskaja cita piante officinali (con proprietà terapeutiche) e alimentari. Spiega però che nel corso dell'ultima metà del secolo la raccolta si era andata perdendo: "Non era più possibile, salvo a volte nei momenti di sosta". Qualcuno ha ripreso nell'ultimo decennio, "quando il tenore di vita è crollato e tornare all'economia di raccolta è stato una necessità".
Di necessità virtù, perché tornando a cercare erbe e altri prodotti del bosco le comunità Eveni hanno cercato di recuperare un senso: in fondo, la raccolta dei prodotti spontanei è sempre stato un elemento centrale del rapporto tra i popoli nativi e il loro territorio - un rapporto "sostenibile", si direbbe oggi. "I nostri vecchi dicevano che bisogna andare molto cauti nella raccolta, lasciare qualcosa agli uccelli", dice la signora kamchatka: che poi significa lasciare alla pianta stessa il tempo di riprodursi. "I vecchi erano attenti a conservare", come per istintivo buon senso. Ora parte dei boschi della Kamchatka sono parco naturale, dichiarato nel `96 dall'Unesco "patrimonio dell'umanità".
Allo stesso tempo però i leader nativi di epoca post-sovietica avevano il problema di recuperare un po' del tenore di vita scomparso con il crollo del vecchio sistema. Nel 2001 sono entrati in contatto con la Iucn (Unione mondiale per la conservazione della natura) e con l'ente per gli aiuti internazionali del Canada. Insieme hanno cominciato a comporre un libro su "persone e prodotti non-legnosi della foresta dell'estremo oriente russo": si tratta di una trentina di erbe, bacche, frutti, radici, funghi, licheni e così via di cui le popolazioni native conoscevano un uso. Si tratta allo stesso tempo di preservare e ri-diffondere dei saperi tradizionali e di "migliorare le condizioni di vita delle popolazioni native di raccoglitori", dice Posvolskaja. Nel 2002 i nativi Eveni hanno formato un'organizzazione, regolarmente registrata con il nome Phitotè della Kamchatka, che qualche tempo dopo ha cominciato a esportare in Canada tè verde dei boschi kamchatki in scatoline di scorza di betulla. Certo non potrebbe diventare un commercio su larga scala, ché l'erba fireweed andrebbe estinta. Il punto piuttosto è svilupare attività economiche su piccola scala che migliorino la vita delle comunità locali: questo cercano di fare le comunità Eveni, insieme alle organizzazioni che le sostengono e alle autorità locali.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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