L’ambulatorio medico di Chiesanuova era chiuso, tre anni fa. E tre anni fa l’ufficio postale stava per essere trasferito dentro quello di Borgiallo, inutile tenere aperti quegli sportelli per qualche spicciolo e poche operazioni al mese. Anche le vicine scuole di Collerretto, materna ed elementare, stavano per chiudere i battenti, tre anni fa. Poi è arrivata la "Casa di Andrea", una cooperativa sociale. E Chiesanuova è rinata parlando arabo, sperando in armeno, pregando in eritreo, digiunando in somalo. Duecento anime, quasi settecento metri sopra il livello del mare, quaranta chilometri a Nord di Torino: in tre anni a Chiesanuova sono arrivati oltre cento profughi, tutti in attesa di asilo politico. E adesso nella latteria di Valle Sacra ci pensano l’azera Nardiz e l’afghano Abbasali a preparare la toma, il formaggio tipico di queste zone. Adesso nella scuola media di Cuorgnè l’arabo sta diventando la prima lingua parlata. Adesso Alberto Pozzolo sorride e non trova parole per ringraziare tutti, dal farmacista alla cartoleria, al negozio di alimentari, al negozio che presta (e non affitta) le protesi sanitarie e vende occhiali sottocosto. Alberto, ventotto anni appena, è il presidente della "Casa di Andrea", la cooperativa che mette in atto il programma nazionale dell’asilo (voluto dal ministero dell’Interno, dall’Anci e dal’Acnur) grazie all’aiuto dei Salesiani di Torino. "Il programma funziona grazie ad un contributo nazionale statale", dice Alberto Pozzolo. E spiega: "La verità però è che non ce la faremmo ad arrivare alla fine del mese se la farmacia non ci emettesse fatture a sei-otto mesi, gli alimentari non ci dessero cibi a prezzi di costo, così come la cartoleria o i negozi di vestiti". Di tutti i comuni, duecento, che ospitano i programmi dei profughi che richiedono asilo politico, Chiesanuova è l’unico che ospita minori e famiglie. È anche il più piccolo e di certo il più generoso. "Gli abitanti di qui sono stati diffidenti soltanto i primi mesi, forse i primi due", dice Dante Michetti, sindaco di Chiesanuova, rigorosamente apolitico. Lui come l’ex sindaco, Giovanni Perrucca, che da giugno fa il vicesindaco ma non ha mai smesso di preoccuparsi in prima persona di portare e prendere i ragazzi dalla scuola, dal calcetto, dalla scuola per giardiniere. "Ci sono persone decisamente fantastiche che abitano in queste zone, ma è anche vero che i nostri ragazzi, le nostre famiglie, i nostri bambini sanno davvero come farsi ben volere", garantisce Alberto Pozzolo, sciorinando a raffica storie che raccontano fughe dalle guerre, dalle persecuzioni, da tragedie inimmaginabili. Una per tutte: quella di Shafy Jiavad, afghano: a 15 anni non ne poteva più di ammazzare uomini e bambini. Il primo fucile lo aveva imbracciato a nove anni. Ha camminato a piedi da Kabul a Istanbul per fuggire dal suo inferno. Spiega Alberto: "Ci sono anche storie contrarie. Storie di chi arriva in Italia, ma poi non vede l’ora di tornare indietro. Di tornare almeno nelle zone natìe se non proprio nel loro Paese. E per questi rimpatri volontari ci pensa l’Oim, l’organizzazione internazionale per le migrazioni, ad aiutarci. Senza di loro non sapremmo come fare".
Alessandra Arachi

Alessandra Arachi

Alessandra Arachi, nata a Roma nel 1964, giornalista al “Corriere della Sera”, con Feltrinelli ha pubblicato: Briciole. Storia di un’anoressia (1994), da cui è stato tratto l’omonimo film per tv con la regia di Ilaria Cirino (2004), Leoncavallo blues (1995), Unico indizio: la normalità. L’Italia a sud dell’Italia (1997), Coriandoli nel deserto (2012). Ha pubblicato inoltre Non più briciole (Longanesi 2015), Lunatica. Storia di una mente bipolare (Rizzoli, 2006) e il romanzo E se incontrassi un uomo perbene? (Sonzogno, 2007).

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