Kabul, ottobre 2004. Communication Officer: con questa qualifica formale, attestata da una carta di identificazione e da un nastro sgargiante che ho tenuto perennemente appeso al collo, Emergency mi ha protetto dai pericoli di un lungo viaggio in Afghanistan. La protezione di Emergency è stata una condizione di sopravvivenza nelle regioni esterne alla capitale, poco urbanizzate e non controllate dalle forze militari degli Usa e della Nato. In queste regioni gli occidentali sono guardati con un misto di stupore antropologico e di ostilità. I più giovani accorrono a frotte per osservare da vicino le fattezze dello straniero, ridono rumorosamente e a volte tirano sassi. Lo scorso anno le strade del nord e del sud sono state dichiarate "insicure" dopo l'uccisione di un funzionario delle Nazioni Unite e, a giugno, l'assassinio di cinque membri di ‟Médecins sans Frontières”. Accade così che mentre i Land Cruiser di Emergency si muovono in queste aree con relativa tranquillità, tutelati dal rispetto di cui gode l'organizzazione italiana, evanescente è la presenza delle Ong "umanitarie" come della Cri e dei funzionari delle Nazioni Unite. In compagnia di Gino Strada e di Carlo Garbagnati, vicepresidente di Emergency, ho attraversato il paese dal nord al sud, a partire dalla valle del Panshir, in prossimità del Tajikistan e della Cina, dove svettano i primi contrafforti del Karakorum e dell'Himalaya. Qui, nel villaggio di Anabah, è stato costruito nel 1999 il primo ospedale di Emergency. Negli anni `80 questa valle è stata il teatro di scontri sanguinosissimi fra i russi e i mujaheddin tagichi. Il fondovalle è invaso da centinaia di carcasse di carri armati, di mezzi blindati e di armi pesanti di ogni tipo. Gli scontri si sono riprodotti, violentissimi, nella guerra civile fra i mujaheddin, guidati dal "leone del Panshir", Ahmad Shah Massud, e i talebani, dopo il ritiro definitivo delle truppe sovietiche nel 1989. Lo scempio di vite umane si è concluso con le stragi provocate, a partire dall'ottobre 2001, dai bombardamenti degli Usa, che hanno usato bombe sino a sette tonnellate di peso, come la micidiale daisy-cutter , ‟taglia-margherite”.
Il mio viaggio si è concluso nel sud estremo, oltre Kandahar, nella regione dell'Helmand, delimitata dal confine pakistano e da quello iraniano. Qui si concentra l'etnia pashtun e qui il movimento dei talebani è tuttora ben radicato. È attribuibile a milizie talebane il gran numero di razzi che nei giorni precedenti le elezioni politiche del 9 ottobre sono piovuti sia nella regione di Kandahar, sia nella capitale. Uno di questi razzi ha centrato l'ambasciata degli Stati Uniti, dove è asserragliato l'ambasciatore Zalmay Khalilzad, a due passi dall'ospedale di Emergency e dalla residenza del suo personale. Sullo sfondo è sempre presente l'ombra del fondamentalismo islamico e del terrorismo. Sarebbe grave ingenuità trascurare che qui, fra deserti rocciosi e alture desolate e impenetrabili, si è sviluppato Al Kaeda e si è annidato Osama Bin Laden. Le pareti di molte trattorie di Kandahar sono pavesate dall'immagine di Manhattan, con al centro le torri gemelle, allusivamente presentate com'erano prima dell'11 settembre. E circolano scatole di caramelle "Super Osama Bin Laden", con l'effigie del leader terrorista che campeggia sull'involucro esterno.
In questa regione, al centro di una vasta area desertica, percorribile solo su piste di sabbia e di sassi, sorge l'oasi cittadina di Lashkar-Gha. Qui, il 12 ottobre, alla presenza di autorità centrali e locali, protette da massicci schieramenti di polizia, Emergency ha inaugurato un nuovo ospedale. È il terzo in terra afghana ed è dedicato alla memoria di Tiziano Terzani. L'ospedale è un autentico miracolo di efficienza, di solidarietà umana e di coraggio. E suscita un sentimento di profonda ammirazione.

I pappagalli verdi.
Al salam alekkum: la pace sia con te. È il saluto che gli afghani si scambiano con frequenza, portandosi la mano destra al petto. Anch'io ho imparato a usare questo saluto. Non c'è nulla di più essenziale che si possa augurare ad un uomo o a una donna afghana. Negli ultimi vent'anni circa due milioni di afghani sono morti sotto le bombe, smembrati dalle mine, uccisi dal freddo o dalla fame. Il territorio dell'Afghanistan ospita circa dieci milioni di mine antiuomo: i "pappagalli verdi", come li chiamano i vecchi afghani. Una parte di queste mine sono di produzione italiana: famigerata è la "Valmara 69", che per anni è stata prodotta, a due passi da Brescia, dall'impresa Valsella, associata alla Fiat. Negli ospedali di Emergency quasi tutti i giorni, ancora oggi, arrivano bambini straziati da mine russe o italiane. Mi è capitato di vederne alcuni, con gli arti inferiori maciullati, i testicoli devastati, spesso con il volto sfigurato e gli occhi spenti. Non c'è emozione più forte per chi conservi un minimo rispetto per la vita e l'innocenza. Una emozione non minore ho provato nel vedere bambini mutilati chiedere l'elemosina accovacciati al centro delle strade più trafficate di Kabul, costantemente esposti ad essere travolti dalle macchine che li sfiorano. Circa due milioni di afghani sono invalidi e oltre quattro milioni si sono rifugiati in Iran o in Pakistan. Chi è riuscito a rientrare dopo la caduta del regime talebano vive in condizioni di estrema povertà. L'aspettativa di vita degli afghani è una delle più basse del mondo: 47 anni per i maschi, 46 per le donne. Negli indici dello "sviluppo umano", curati dalle Nazioni Unite, l'Afghanistan è sempre stato nelle ultimissime posizioni.
Basta attraversare il centro e la periferia di Kabul per cogliere la tragedia del popolo afghano. Kabul è una città grigia e tristissima, coperta da una miscela di polvere e di smog, dovuto alla pessima qualità dei carburanti e alla decrepitezza dei motori. Quello che un tempo era stato il centro della città, circondato da colline e da prati in fiore, oggi offre uno spettacolo cimiteriale. Interi quartieri, demoliti dai bombardamenti, si alternano a immensi cimiteri. Le macerie, se consentono ancora un minimo riparo, sono abitate. I cimiteri sono in realtà zone aride e sassose dove le tombe sono piccole pietre informi, infisse nel terreno. La città dei sopravvissuti e la città dei morti convivono in stretta contiguità.
Kabul è triste anche per la pesantissima discriminazione femminile. Con l'eccezione di qualche migliaio di donne appartenenti ad una ristretta fascia sociale, tutte le donne afghane portano il burqa. La favola della liberazione delle donne afghane dall'infamia del burqa, grazie all'intervento della armate occidentali, è pura volgarità e arroganza. Gino Strada sostiene che il burqa non è l'indice più significativo della subordinazione della donna afghana al potere patriarcale. E aggiunge che è sbagliato accanirsi contro un abbigliamento che è radicatissimo nella cultura popolare. Ciò di cui le donne afghane hanno anzitutto bisogno è l'istruzione e il lavoro: esse sono analfabete e disoccupate in percentuali che superano il 90%. Penso che Gino Strada abbia ragione e confesso che ho constatato l'universale presenza del burqa con una sorta di amara soddisfazione. Io penso che la liberazione delle donne afghane da una condizione di subordinazione patriarcale che non ha eguali nel mondo islamico si realizzerà secondo logiche molto lontane da quelle suggerite dal "fondamentalismo umanitario" occidentale, maschilista o femminista che sia. Si realizzerà grazie a dinamiche endogene, nel contesto di trasformazioni sociali, economiche e politiche che è augurabile non mettano il segno di eguaglianza fra il riscatto della dignità femminile e l'occidentalizzazione forzata del mondo islamico, secondo l'infausto modello kemalista.

Inchiostro indelebile.
Detto tutto questo, che senso ha parlare di democrazia e di elezioni democratiche in Afghanistan? Le elezioni del 9 ottobre hanno provato ancora una volta quanto sia falso ogni tentativo di esportare la democrazia e i diritti dell'uomo in paesi, come l'Afghanistan, non solo estranei alla cultura occidentale, ma anche poverissimi, poco urbanizzati e afflitti dalla piaga dell'analfabetismo. In Afghanistan il tasso di analfabetismo è fra i più alti del mondo, aggirandosi attorno all'80%, mentre solo il 15% della popolazione è urbanizzato. In realtà la forza militare e la corruzione sono state usate dalle potenze occupanti, con l'acquiescenza delle Nazioni Unite, per rafforzare, con una procedura elettorale farsesca, il governo "collaborazionista" di Hamid Karzai. L'obbiettivo finale è la legittimazione a posteriori sia della guerra scatenata dagli Usa nel 2001, sia dell'attuale occupazione militare: il tutto nel quadro di un disegno strategico - il Broad Middle East - che intende egemonizzare l'intero mondo islamico, dal Pakistan al Marocco, sotto la copertura della guerra contro il terrorismo. Che le "elezioni democratiche" siano state una parodia è provato da molti elementi: il numero esorbitante degli iscritti alla procedura elettorale, dovuto a un gran numero di iscrizioni multiple; la farsa della marchiatura degli elettori mediante l'applicazione al momento del voto di una traccia di inchiostro indelebile sull'unghia del pollice poi rivelatosi delebilissimo; i brogli sistematici, denunciati non solo dai 15 candidati (su 18) che si sono dimessi per protesta, ma anche da Massuda Jalal e Jounus Qanouni. Entrambi, pur orientati ad accettare il verdetto delle urne, hanno denunciato le pressioni subite dagli elettori e le manipolazioni dei risultati. Qanouni, leader tagico di grande prestigio, ha dichiarato di essere certo di avere vinto la competizione, ma che la vittoria andrà comunque al candidato designato dalle potenze occupanti.
Al di là di ciò, resta il quadro politico di un paese che sinora ha rifiutato il modello dello Stato nazionale. L'Afghanistan si basa su una struttura tribale policentrica in cui ciascun gruppo, come ha mostrato Louis Dupree (Afghanistan, 1997), è un network delicato di diritti e di doveri, sorretto da strutture di potere fortemente personalizzate. Uno Stato unitario non dispotico potrebbe riuscire ad affermarsi solo a condizione di assimilare - non di cancellare - le funzioni svolte dalle unità tribali, rispettandone la piena autonomia. Questo progetto è sinora fallito, nonostante che a promuoverlo fosse stato Ahmad Massud. Sarebbe comunque un errore pensare che l'Afghanistan si stia avviando a un graduale processo di nazionalizzazione e di democratizzazione. Si sta al contrario profilando un elemento di grande rilievo: è la convergenza fra pashtun e tagichi nell'organizzare una resistenza militare contro le potenze occupanti. Una loro alleanza contro il governo Karzai, che i brogli elettorali hanno ulteriormente screditato, avrebbe effetti di immediata destabilizzazione e di nuovo ricorso alla violenza su vasta scala. Sullo sfondo si profila la forte ripresa del movimento talebano: secondo fonti attendibili, migliaia di guerriglieri hanno già attraversato i confini che separano il Pakistan dall'Afghanistan meridionale. Si dà per certo che il primo attacco scatterà subito dopo la comunicazione ufficiale dei risultati delle elezioni. Un indizio in questo senso è il sanguinoso attentato terroristico (il primo di un kamikaze), verificatosi nel pieno centro di Kabul il 23 ottobre. L'Afghanistan potrebbe svolgere quel ruolo di epicentro della "guerra globale" che oggi ha l'Iraq.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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