In una bella mattina di sole George Bush annuncia la sua seconda vendetta a nome del padre. La prima è stata di catturare Saddam Hussein, che aveva sfidato George Bush senior, anche a costo di provocare una guerra che non finisce. Questa volta l'impegno era di dimostrare che un Bush può governare due volte, mentre il mandato di suo padre era stato troncato con la clamorosa vittoria del nuovo venuto Bill Clinton.
"Missione compiuta" ama dire il confermato presidente degli Stati Uniti, anche quando non è vero. Ricordate lo spettacolo del presidente travestito da pilota militare che annuncia la fine della guerra in Iraq dalla tolda di una portaerei?
Questa volta è vero. Nonostante il ritardo di alcune ore dovuto all'accertamento dei voti in Ohio, George Bush ha vinto in modo netto: tre milioni e mezzo di voti più del suo sfidante, e una massa di vittorie nei seggi della Camera e del Senato. Basterebbe uno sguardo a quelle vittorie per avere la prova di una campagna elettorale a maglie strette, bene organizzata sul territorio, raggiungendo e conquistando la vita di tutti i giorni, le abitudini, i luoghi e i modi tradizionali di stare insieme degli americani, scuole, chiese, associazioni di città, di mestiere, di quartiere. Fino a mobilitare, con vero senso di emergenza, masse di cittadini che sono stati in coda per ore non per spostare il Paese fuori dal cerchio della politica Bush-Cheney ma per rafforzare e spingere il Paese ancora più avanti nel percorso segnato dal presidente di destra.
Dunque, se il primo segno della vittoria di Bush è che si tratta di una vittoria netta, il secondo è che questa è una vittoria di destra. George Bush non ha concesso nulla a quelle ragioni di quella metà del Paese che si oppone alla sua politica. Non ha ingentilito neppure il tono di qualcuna delle sue frasi. Non si è mai rivolto ai suoi oppositori, che statisticamente erano, e sono tuttora, la metà dell'America. Si è rivolto sempre e costantemente ai suoi fedeli, ai suoi seguaci, ai suoi credenti. Ha esaltato la sua politica: supremazia, guerra preventiva, Iraq come capitolo di un lungo percorso di conflitti, America potente e solitaria che ha seguaci ma non alleati. Ha mostrato disprezzo in modo franco verso il suo antagonista. Ha detto o fatto dire che il comportamento dell'altro candidato alla Casa Bianca era da traditore, nel migliore dei casi un uomo debole e oscillante, privo di carattere e di polso.
Dei problemi economici il vincitore ha parlato poco e mal volentieri. Non gli importava l'accusa di avere tagliato le tasse ai super ricchi che poi non hanno investito un dollaro nel creare nuove imprese e nuovo lavoro. Non gli importava perché argomenti del genere lo avrebbero imbarazzato (come infatti lo hanno imbarazzato) in pacati e riflessivi confronti. E tutti infatti ricordano i tre dibattiti vinti, si fa per dire, da John Kerry. Ma George Bush aveva già portato la sua campagna elettorale altrove. Bertold Brecht la descriverebbe così: un immenso vantaggio economico per il cerchio dei sostenitori ricchi, dei generosi finanziatori della più costosa campagna elettorale degli ultimi cinquant'anni. E a tutti gli altri, compresi gli agricoltori impoveriti e le masse di precari che hanno votato per lui, una intensa, incessante predicazione di ‟valori”, patriottismo, orgoglio di combattenti, religione come ritorno rigoroso alla tradizione, culto del comandante in capo. Più pacatamente, qualunque osservatore deve riconoscere la particolare e abilissima strategia di George Bush: tenere molto stretto, molto limitato, il discorso politico, ripetere sempre, dovunque, pochissime cose con l'intento di trasformarle in precetti, di inculcare l'impressione che si tratti dei veri argomenti chiave, delle sole cose che contano, svalutando con costante disattenzione gli argomenti degli altri, screditando non le proposte ma la persona degli avversari, fino alla calunnia.
Il mondo di Bush è stato descritto così: c'è l'America e c'è il terrorismo. Il terrorismo è dovunque, dunque qualunque guerra si deve fare, si dovrà fare senza discutere sul luogo e sul tempo. Poiché il mondo è diviso, ci sono solo due opzioni, stare con l'America o contro. L'America è il suo presidente, descritto più volentieri e più spesso come il suo comandante in capo. Chi è contro è nemico. E l'avversario di queste elezioni è più vicino al nemico che all'America. Basti ricordare che è stato pacifista in passato.
Bisogna riconoscere che si è trattato di una strategia arrischiata. L'America è divisa? La strategia è dividerla di più, in modo da creare una forte presa intorno al potere. Dopo la vittoria, gli sconfitti, sbandati e senza capo, torneranno (certo, molti di loro) a sottomettersi ai ‟valori” del vincitore.
Dinamismo, energia, semplicità degli argomenti, che sono sempre stati presentati come fatti definitivi e finali, questo è il senso della novità di una campagna elettorale tutta di parte, tutta di destra, e come si è visto, vincente. Il senso della novità è dato dal fatto che nessuno, in passato, si è spinto così avanti lungo il percorso di una destra niente affatto moderata: elogio del capo, elogio della guerra, elogio della potenza che coincide con il potere del capo, elogio della ricchezza, elogio del sacrificio (per coloro che sono mandati a sacrificarsi), elogio di Dio, indicato nella versione fondamentalista di un Dio pietrificato che manda fulmini sui cambiamenti, sulla tolleranza, sul pluralismo delle idee.
Qui c'è il punto forte e nascosto della strategia di George Bush. È il cristianesimo fondamentalista americano, un fenomeno che sfugge alla comprensione europea. Stiamo parlando di decine di milioni di scrupolosi osservanti che credono letteralmente alla Bibbia, che ripudiano l'evoluzione darwinista, che ripudiano quasi tutti gli aspetti della scienza e della cultura. E poiché credono nella salvezza assoluta e nella solitaria conversione che viene direttamente da Dio, detestano le opere sociali come intromissione indebita nei doveri individuali di ognuno. Sono i nemici di qualunque stile di vita diverso dal loro, di qualunque cambiamento che li rende perciò duramente conservatori. Non c'è carità, nel loro mondo, c'è punizione.
Negli anni Ottanta essi sono stati inaspettati ed efficaci sostenitori di Reagan. Ma Reagan era troppo tollerante e mondano per essere il loro leader. Hanno trascurato e abbandonato Bush padre, che era francamente laico. E hanno trovato nel convertito George W. Bush - che afferma di consultarsi soltanto con Dio - il capo ideale. I fondamentalisti cristiani non si dividono in ricchi e poveri, liquidano ogni contrapposizione tradizionale. Vedono la classe nemica, da ricchi o da poveri, in chi vuole cambiamenti, tolleranze, permissivismi, riconoscimenti di altre verità.
George Bush ha visto l'importanza strategica di legarsi ai cristiani fondamentalisti in tre modi: usare parole chiave che identificano e riconoscono la loro inclinazione intollerante; prendere e annunciare posizioni (come quelle contro la scienza, contro l'aborto, contro la ricerca sulle cellule staminali) che coincidono con il fondamentalismo. E andare a cercare con minuta pazienza i contatti, i riferimenti, i raccordi che hanno dato vita al nuovo partito repubblicano americano, il più conservatore, il meno liberale di tutto l'Occidente. Un partito che scommette tutto sui ‟valori”, altra parola chiave per dire: niente deve cambiare. Ogni cambiamento è male. Si deve ritornare alla tradizione. E non importa definire la tradizione. L'importante è rifiutare ogni cambiamento. Durante i sondaggi condotti tra le lunghe file di elettori in attesa, tutti coloro che hanno annunciato il voto per Bush hanno precisato con fierezza che lo facevano perché mettevano al primo posto i ‟valori”.
Su questo terreno di frontiera ha certo contato l'indurimento inatteso di una parte della chiesa cattolica americana, che ha prontamente condannato John Kerry non appena il candidato democratico, che è cattolico, ha espresso i suoi civili giudizi su aborto, identità sessuale, e ricerca scientifica. Si è arrivato a parlare di scomunica dei vescovi contro Kerry. E certo quella minaccia assurda però autorevole, ha lasciato un segno. Ha diviso i cattolici e ne ha spinti una parte verso la destra di Bush proprio nel Paese in cui grandi iniziative di tolleranza, di solidarietà e pacifismo sono cattoliche e nascono in ambito religioso.
Ma tutto ciò non sarebbe bastato per vincere in un Paese così diviso e con una massa di cittadini così apertamente estranei alla politica del presidente. Non spiegherebbe la meticolosa conquista, Stato dopo Stato, di nuovi seggi repubblicani e conservatori alla Camera e al Senato. Ci voleva un partito, ed è questo il capolavoro di Bush.
I guru della politica americana hanno sempre detto che i democratici, con i sindacati, le classi medie, gli intellettuali, le università, i neri, gli operai, i nuovi immigrati, le masse cattoliche, l'opinione ebrea, erano il grande partito americano. Infatti è il partito che ha sostenuto Roosevelt, Truman, Kennedy, Johnson, Martin Luther King, il movimento dei diritti civili, Robert Kennedy, Carter, Clinton. È il partito che ha tenuto testa a uomini potenti come Nixon fino a indurlo alle dimissioni.
Si è sempre detto che i repubblicani erano una corrente di opinione che di tanto in tanto si animava, si popolava di sostenitori e conquistava per brevi periodi la Casa Bianca, spesso condividendo con i democratici gran parte degli obiettivi e dei programmi. Basti pensare al comune atteggiamento di laicismo, di tolleranza, lotta contro il razzismo, sostegno alle alleanze e alle organizzazioni internazionali, un atteggiamento comune che è durato per decenni. Tutto ciò è finito. I repubblicani, adesso, sono il grande partito di George Bush con le cellule sparse in tutto il Paese, una fede che li unisce, e un capo riconosciuto. I democratici, sono adesso, una vasta massa di opinione esclusa dal potere e senza un capo.
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Dunque, se il primo segno della vittoria di Bush è che si tratta di una vittoria netta, il secondo è che questa è una vittoria di destra. George Bush non ha concesso nulla a quelle ragioni di quella metà del Paese che si oppone alla sua politica. Non ha ingentilito neppure il tono di qualcuna delle sue frasi. Non si è mai rivolto ai suoi oppositori, che statisticamente erano, e sono tuttora, la metà dell'America. Si è rivolto sempre e costantemente ai suoi fedeli, ai suoi seguaci, ai suoi credenti. Ha esaltato la sua politica: supremazia, guerra preventiva, Iraq come capitolo di un lungo percorso di conflitti, America potente e solitaria che ha seguaci ma non alleati.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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