Non saranno più i "sorci", i "guappi", i "cincali" di cui parla Gian Antonio Stella ne L’orda. Ma non c’è da illudersi che gli italiani all’estero godano oggi di una vita esaltante. Basta guardare alla Germania, dove l’emigrazione italiana vive da qualche anno un nuovo slancio. Lo racconta Edith Pichler, che martedì sarà a Genova per un convegno su Il caso Germania: nuovi flussi e modelli di integrazione, organizzato dal Goethe Institut, dal Centro Culturale Europeo e dalla Fondazione Carige, cui si aggiungerà venerdì una mostra di fotografie di Roger Wehrli sul viaggio degli emigranti italiani in Germania e Svizzera (il tutto in via D’Annunzio, 105). Se qualcuno si illude che le condizioni dei "nuovi migranti" italiani verso Francoforte, Berlino, Colonia, Stoccarda siano radicalmente mutate, si sbaglia di grosso. Almeno in parte. Perché, come spiega la Pichler (che insegna all’Istituto di scienze sociali della Humboldt Universität di Berlino), è vero che siamo richiesti nel mondo anche per lavori altamente qualificati, è vero che non vediamo più le migliaia di valigie di cartone affollare le stazioni del Sud, è vero che l’integrazione europea ha accresciuto la dignità del nostro Paese all’estero, ma per molti versi le cose non sono migliorate. "Non si può più parlare di emigrazione di massa come negli anni ‘60 - dice la Pichler - quando c’era un reclutamento diretto di forza lavoro italiana da parte delle grandi fabbriche; però a partire dagli Anni ‘90 c’è stata una ripresa dell’immigrazione". È un tipo di immigrazione molto più differenziata che in passato. Un tempo, l’arruolamento garantiva oltre al salario anche i sacrosanti diritti sociali e sindacali. Oggi i siciliani che partono in pullman da Agrigento e dintorni lo fanno senza nessuna certezza. E non sono solo operai, muratori e carpentieri, ma anche diplomati e laureati. Partono chiamati da parenti o amici con speranze vaghe, lasciando la famiglia al paese; poi si vedrà. "Un tempo si poteva parlare di catene migratorie, i cugini che raggiungevano i parenti con la sicurezza di un posto, oggi la mobilità fa parte della nuova Europa: può essere la mobilità di manager e liberi professionisti che gravitano attorno alla Banca Europea, ma è anche la mobilità di quella che viene definita Ökonomie der Armut, cioè economia della povertà o della sopravvivenza". Una statistica federale dell’anno scorso registrava in uscita il 28 per cento degli immigrati italiani, una parte dei quali rientrava dopo aver raggiunto la pensione, un’altra parte rientrava in giovane età dopo aver constatato l’impossibilità di trovar lavoro. A riequilibrare le cose, c’è però il 27 per cento in entrata. Prevalgono i single. A far da richiamo non è solo il settore dei servizi di basso livello (l’aeroporto di Francoforte, per esempio): "A Berlino, la gastronomia e la ristorazione - spiega Edith Pichler - occupano per il 50 per cento lavoratori italiani". Il che porta a una equazione saldamente entrata nell’immaginario dei berlinesi: italiani uguale Pizzabäcker, pizzaioli. Ma, come tutti gli stereotipi, semplifica troppo, visto che i veri pizzaioli ormai sono soprattutto maghrebini o turchi. "Italiani uguale camerieri" sarebbe più esatto. Negli Anni ‘80 la nostra presenza nella futura capitale era di 8 mila unità, oggi siamo saliti a 12 mila. Si tratta di giovani, soprattutto, attratti dalla metropoli più innovativa d’Europa: "Molti sono arrivati con progetti semestrali legati all’università, Erasmus o Leonardo, poi sono rimasti magari lavorando per due o tre giorni alla settimana in ristoranti e pizzerie: in gran parte provengono dalle zone del benessere economico, Nord-Est o Piemonte, spinti da un’insoddisfazione culturale e sociale e in cerca di ambienti alternativi sul piano intellettuale". Dal Sud, invece, arriva l’ondata dei più disperati. Che se hanno fortuna trovano qualche occupazione saltuaria in nero. Per lo più maschi. A differenza delle comunità turca e greca, in quella italiana la componente femminile è più bassa (circa il 30 per cento), come in passato. "Le donne - dice la Pichler - sono più acculturate dei maschi, magari finiscono di studiare qua, diventano compagne o mogli di tedeschi e si stabiliscono in Germania definitivamente". È questo il caso di Maurella Carbone, che arrivò da Roma a Francoforte nel ‘76 appena laureata, cominciò a insegnare, conobbe il suo futuro marito e oggi si occupa di "politiche formative migratorie", insomma dell’integrazione nella scuola. E qui sono dolori, se è vero che uno studio recente ha mostrato che i giovani italiani sono, tra gli stranieri, quelli che hanno maggiori difficoltà scolastiche. "La comunità italiana si autoalimenta, ma non ha ancora acquisito il senso della lontananza dalla madrepatria: si riconosce nella sua appartenenza italiana e in gran parte non ha optato per la cittadinanza tedesca, a differenza dei turchi e degli ex-jugoslavi; dunque è meno integrata dal punto di vista formativo, scolastico e culturale. In più, diversamente dai greci e dagli spagnoli, in genere gli italiani non riescono a oltrepassare le classi medio-basse". Succede che i figli e i nipoti di coloro che arrivarono negli Anni ‘60 ereditano dai padri e dai nonni la stessa posizione sociale e la stessa emarginazione. "Bisogna aggiungere che in Germania si registra un consistente rigurgito di nazionalismo e una forte rivalutazione delle spinte assimilatorie". Il risultato è che gli scolari italiani vanno ad aumentare la percentuale delle "pecore nere" costrette a frequentare le Sonderschulen (scuole speciali): il 7,9 per cento rispetto al 6,5 per cento di bambini stranieri bisognosi di sostegno. Inoltre, i nostri ragazzi sono quelli che, tra gli stranieri, al liceo conseguono i risultati peggiori. Maurizio Ambrosini, che insegna Sociologia delle migrazioni a Genova, è tra i curatori di un volume su Immigrazione e metropoli, che si aggiunge all’attuale fervore editoriale (e non solo) sul tema (un altro libro, riguarda Gli italiani in Svizzera, a cura di Ernst Halter). Per spiegare le difficoltà di integrazione degli italiani all’estero, Ambrosini accenna a quell’"idea pendolare" rimasta radicata nei nostri emigranti: "È come se non ci fosse il desiderio, da parte dei nostri lavoratori, di investire davvero nel Paese di arrivo, perché l’intenzione è sempre quella di tornare. E poi c’è il fatto che le nostre istituzioni politiche non si sono impegnate molto per favorire l’integrazione, anzi per ragioni elettorali hanno spesso alimentato il mito del ritorno".
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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